«La cosa più radicale che ognuno di noi può fare, in questo tempo, è essere pienamente presente a ciò che sta accadendo nel mondo.» — Joanna Macy —
La crisi eco-climatica che stiamo vivendo è vasta e profonda, e non ci sono dubbi: serve agire, e bisogna farlo in fretta. Per molto tempo si è pensato che bastasse informare le persone, ma anni di studi e ricerche hanno confermato che le informazioni da sole non bastano. Anzi, spesso veniamo sommersi da troppe informazioni e non sappiamo come orientarci. Davanti a un problema così grande è facile sentirsi bloccati, sopraffatti, come se ogni nostro gesto fosse, in fondo, troppo piccolo.
Il Lavoro che Riconnette è una modalità che può accompagnarci nel passaggio dalla consapevolezza all’azione.
In questo articolo parlo di:
🌱 Cos’è il Lavoro che Riconnette (The Work That Reconnects)
🌱Chi è Joanna Macy e come descrive questo momento storico
🌱 Le quattro fasi della Spirale
🌱 Le connessioni tra Il Lavoro che Riconnette e la Psicologia Climatica
🌱 Un esempio di pratica: Il Consiglio di Tutti gli Esseri
🌱 Come portarlo in scuole, comunità e organizzazioni
🌱 Dove si pratica in Italia: la rete di facilitatrici e facilitatori
🌱 Domande frequenti e letture di approfondimento
Le Tre Narrazioni di Joanna Macy
Per comprendere come nasce il Lavoro che Riconnette, è utile partire dal pensiero dell'ecofilosofa Joanna Macy, tra le principali figure che hanno contribuito a svilupparlo. Macy propone una lettura del momento storico che stiamo attraversando, individuando tre grandi narrazioni attraverso cui possiamo interpretare le sfide del nostro tempo.
La prima è il Business as Usual: la convinzione che possiamo continuare a vivere e organizzare la società secondo i modelli economici e culturali dominanti, senza cambiarne sostanzialmente la direzione. La seconda è la Grande Disgregazione (Great Unravelling): il progressivo deterioramento dei sistemi ecologici e sociali, con le crisi, le ingiustizie e le sofferenze che ne derivano. La terza è la Grande Svolta (Great Turning): il processo, già in corso, di trasformazione verso una società capace di sostenere la vita.
Queste tre narrazioni coesistono nel presente e si intrecciano continuamente. Intorno a noi possiamo riconoscere forze che resistono al cambiamento e altre che alimentano la disgregazione. Allo stesso tempo, incontriamo persone e comunità che stanno già sperimentando modi diversi di abitare il mondo, collaborare e prendersene cura.
In un contesto così complesso, non è sempre facile orientarsi o capire come contribuire al cambiamento. Abbiamo bisogno di spazi in cui fermarci, entrare in contatto con ciò che proviamo, ascoltare le esperienze degli altri e dare un senso a quello che stiamo vivendo. Spazi in cui possano emergere nuove prospettive e, insieme, la fiducia e la forza per trovare il nostro modo di agire.
È proprio a questo che si dedica il Lavoro che Riconnette (The Work That Reconnects): un percorso di gruppo che offre una mappa per accompagnare le persone dalla consapevolezza all'azione.
Attraverso un lavoro condiviso sulle emozioni, sulle relazioni e sul nostro legame con il mondo, il percorso aiuta persone, gruppi e comunità a riconoscere le proprie risorse, immaginare nuove possibilità e individuare forme di azione concrete. Non si tratta soltanto di capire cosa fare, ma anche di costruire le connessioni e il sostegno necessari per continuare ad agire nel tempo.
📗 Il Lavoro che Riconnette è uno dei concetti elencati nel Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica. Scaricalo gratuitamente qui.
La nascita del Lavoro che Riconnette (Work That Reconnects)?
Alla fine degli anni Settanta, Joanna Macy, studiosa americana di buddhismo, teoria dei sistemi ed ecologia profonda, iniziò a riconoscere un dolore diffuso ma raramente espresso tra le persone impegnate per la pace, la giustizia sociale e la tutela dell'ambiente.
Era il dolore di chi guardava al futuro con crescente inquietudine: la paura di una guerra nucleare e della possibilità di una distruzione su vasta scala, la sofferenza di fronte alle guerre, alle ingiustizie e alle forme di oppressione, e la consapevolezza del progressivo deterioramento degli ecosistemi e dello sfruttamento delle risorse naturali.
Ma non si trattava soltanto della paura per ciò che poteva accadere. Era anche il dolore di vedere minacciato ciò che si ama, di sentirsi impotenti di fronte a sistemi di potere e oppressione profondamente radicati, e di non sapere come restare in contatto con questa sofferenza senza esserne sopraffatti. Un dolore che nasce, in fondo, dal legame profondo che ci unisce agli altri esseri viventi e al mondo di cui facciamo parte.
Da queste esperienze prese forma quello che inizialmente venne chiamato Despair and Empowerment Work: un lavoro sulla disperazione e sulla possibilità di ritrovare il proprio potere di agire. Nel corso degli anni, questo approccio si è sviluppato e diffuso in tutto il mondo, diventando il Lavoro che Riconnette (Work That Reconnects), anche grazie al libro Coming Back to Life (1998), scritto da Macy insieme a Molly Young Brown. Joanna Macy ha continuato a svilupparlo e a diffonderlo fino alla sua scomparsa, nel 2025.
Come si svolge?
Il Lavoro che Riconnette si sviluppa attraverso una spirale in quattro fasi.
Si parte dalla gratitudine per ciò che amiamo del mondo. Si passa poi a onorare il dolore per ciò che sta accadendo, dando spazio anche a quelle emozioni che spesso teniamo per noi, senza trovare occasioni o parole per condividerle.
Da lì, possiamo iniziare a guardare con occhi nuovi, scoprendo risorse, prospettive e connessioni che prima non riuscivamo a vedere. Infine, si va avanti, verso l'azione.
La Spirale non è un percorso lineare da compiere una volta per tutte: possiamo attraversarla più volte, tornando sulle diverse fasi e approfondendole ogni volta. Ha anche una natura frattale: le stesse quattro fasi si ritrovano a scale diverse, in un singolo esercizio, in un laboratorio di un weekend o nell'arco di una vita.
Il processo di riconnessione può svilupparsi in profondità, aiutandoci a esplorare sempre meglio il nostro rapporto con noi stessi e con il mondo, ma anche estendersi alle relazioni con gli altri, alle comunità e ai sistemi più ampi di cui facciamo parte. Queste dimensioni sono profondamente interconnesse e si influenzano a vicenda: ciò che scopriamo e trasformiamo dentro di noi può cambiare il nostro modo di entrare in relazione con gli altri e di prenderci cura del mondo; allo stesso tempo, le relazioni che coltiviamo e il nostro coinvolgimento nelle comunità e nei sistemi più ampi possono trasformare il nostro modo di sentire, pensare e stare al mondo.
In concreto, i facilitatori accompagnano le persone attraverso le diverse fasi, proponendo attività individuali, a coppie o di gruppo. Si alternano momenti di condivisione e ascolto a pratiche corporee, esperienziali ed espressive, che permettono di esplorare e vivere il processo attraverso modalità diverse.
Chi facilita non stabilisce cosa ciascuno debba pensare o quale strada debba scegliere, ma crea le condizioni perché ognuno possa entrare in contatto con ciò che gli sta a cuore, trovare modi per esprimerlo e condividerlo con gli altri, e scoprire nuove possibilità di agire, individualmente e insieme.
Le Quattro fasi della Spirale
1. Cominciare dalla gratitudine
Si parte dal porre l’attenzione su ciò che ci sostiene: le persone, i luoghi, gli esseri viventi, le cose semplici che portano valore alla nostra vita. Attraverso diversi tipi di attività il facilitatore invita i partecipanti a condividere ciò per cui siamo grati.
Per Joanna Macy è importante iniziare il lavoro da qui, e spiega nei suoi scritti che la gratitudine calma la mente agitata, ci riporta alla ‘fonte’ (the source) e ci aiuta a essere più pienamente presenti al mondo. Questa presenza radicata ci aiuta a creare lo spazio interiore per entrare in contatto con il dolore che sentiamo per mondo.
Praticare la gratitudine non vuol dire guardare solo il lato bello delle cose: «la gratitudine, quando è autentica, non mette paraocchi», scrive Macy. Di fronte alla devastazione ci da stabilità, soprattutto quando abbiamo paura, e ci tiene saldi per il lavoro che siamo chiamati a fare.
Questo approccio trova riscontro anche nella ricerca psicologica: portare l'attenzione sul presente e riconoscere ciò che di buono è presente nella nostra vita può favorire la regolazione del sistema nervoso e il benessere psicologico. Numerosi studi, infatti, associano la pratica della gratitudine a livelli più elevati di benessere.
Anche nell'ambito della Psicologia Climatica e degli studi sulle eco-emozioni, la gratitudine trova un posto importante: può aiutarci a fare spazio a emozioni difficili come l'ansia, la paura, la rabbia e la disperazione, senza esserne sopraffatti.
📚 Gratitudine, paura, rabbia, speranza - la Ruota delle Emozioni Climatiche è una mappa per riconoscerle e parlarne, e la puoi scaricare qui.
2. Onorare il dolore per il mondo
La gratitudine ci mette in contatto con ciò che amiamo e che rende la vita preziosa. Ma amare il mondo significa anche lasciarsi toccare da ciò che gli accade. Il dolore che proviamo davanti a una foresta che brucia, a una specie minacciata di estinzione o alla sofferenza di altri esseri umani nasce anche dal sentirci parte di questa rete della vita.
In questa fase della spirale, il gruppo dà un nome a ciò che spesso portiamo dentro di noi, da sole e in silenzio. Possono emergere il lutto per la scomparsa di specie e luoghi, la paura per il futuro, la rabbia di fronte alle ingiustizie o il senso di impotenza. Possono trovare spazio anche riflessioni sulle grandi sfide del presente: le disuguaglianze e le forme di oppressione, lo sfruttamento delle persone e degli ecosistemi, e le molteplici crisi che attraversano il mondo, dalla crisi eco-climatica ai conflitti armati e alle ingiustizie sociali, che si intrecciano e si aggravano a vicenda.
Secondo Macy, entrare in contatto con questo dolore e onorarlo ci aiuta a riscoprire il significato profondo della compassione: «soffrire con».
Nel momento in cui questo dolore trova spazio e viene accolto nel gruppo, possiamo riconoscere che non è soltanto nostro. Ascoltando le esperienze degli altri, ritroviamo qualcosa che ci accomuna e un senso di appartenenza. Ci rendiamo conto di non essere soli e che, insieme, possiamo sostenerne il peso. Possiamo, per così dire, «avere le spalle più larghe».
Anche questa fase della spirale trova riscontro nella letteratura psicologica, in particolare nell'ambito della Psicologia Climatica. Dare spazio alle proprie emozioni e poterle esprimere e condividere con altre persone, anche quando sono dolorose o difficili da sostenere, è infatti una componente importante di diversi percorsi di supporto rivolti a chi vive l'eco-ansia e altre forme di sofferenza legate alla crisi eco-climatica.
3. guardare con occhi nuovi
Quando possiamo entrare in contatto con le emozioni difficili, senza dover spendere energie per tenerle dentro o allontanarci da ciò che sentiamo, si libera energia che possiamo rivolgere altrove. Come sottolinea Joanna Macy, le risorse che prima impiegavamo per contenere il dolore possono tornare a essere disponibili, alimentando la cura, la creatività e il desiderio di agire.
Questo processo può trasformare il nostro modo di guardare il mondo e di percepire il nostro posto al suo interno. Se soffriamo per ciò che accade a un fiume o a una specie, è anche perché siamo legati a loro. Possiamo riconoscere così che la nostra appartenenza alla vita va ben oltre le relazioni umane e abbraccia il mondo vivente.
Ci vediamo allora come parte di una rete di relazioni che si estende nello spazio e nel tempo: nello spazio, attraverso i legami con le altre specie e gli ecosistemi che abitano il Pianeta; nel tempo, attraverso le generazioni che ci hanno preceduto e quelle che verranno. Le altre forme di vita diventano così, in un certo senso, nostre parenti.
Per molti di noi, cresciuti nelle culture occidentali moderne e industrializzate, questo modo di guardare al mondo può rappresentare una prospettiva nuova. Siamo abituati a mettere al centro l'individuo e la sua autonomia, più che i legami che ci uniscono agli altri e alle comunità. Allo stesso tempo, tendiamo a considerare la natura come qualcosa di esterno a noi, che ci circonda, anziché come parte di un mondo di cui anche noi siamo parte.
Eppure, l'idea che tutto sia profondamente connesso non è nuova: è presente, con forme e significati diversi, in numerose tradizioni culturali e spirituali. Il Lavoro che Riconnette si basa sul pensiero sistemico e sull'ecologia profonda, ma si ispira anche a questa consapevolezza, che attraversa tradizioni e visioni del mondo diverse.
È in questo senso che si parla di «occhi nuovi e antichi»: uno sguardo che ci invita a riscoprire qualcosa di antico e, al tempo stesso, può aprire nuove possibilità nel nostro rapporto con il mondo e con noi stessi.
Un esempio di pratica: il Consiglio di Tutti gli Esseri
Una delle pratiche più conosciute del Lavoro che Riconnette è il Consiglio di Tutti gli Esseri (Council of All Beings), sviluppato da Joanna Macy e John Seed in Australia nel 1985. È un'esperienza collettiva che invita i partecipanti a uscire, per un momento, dalla propria prospettiva umana e a dare voce a altre forme di vita.
Foto By Flavia Mash Photography
All'inizio, ciascuno si prende del tempo in silenzio, spesso all'aperto, per ascoltare quale essere vivente sente di voler rappresentare: un fiume, un albero, un uccello, una montagna, un lupo. L’invito è spesso quello di lasciarsi “chiamare” da un elemento, come se fosse proprio quell’elemento a volere prendere parola.
Dopo essersi messi in ascolto dell’elemento scelto, i partecipanti sono invitati a immedesimarsi in esso – nel suo modo di stare al mondo, di muoversi, di relazionarsi e interagire con altri elementi. Cerca di entare in contatto con la saggezza di questo elemento e intuirne i bisogni e le risorse.
Questa preparazione permette ai partecipanti di entrare più profondamente nella prospettiva dell’elemento scelto. Spesso vengono anche create delle maschere, che aiutano a dare corpo e voce agli elementi rappresentati, in un momento dal carattere rituale che acquisisce per molti una dimensione sacra.
A questo punto il gruppo si riunisce per il Consiglio di Tutti Gli Esseri. Ogni elemento prende parola: il lupo, il fiume, l’abete, il fiore, il falco….Ognuno racconta ciò che sta vivendo e dà voce alle minacce che lo riguardano. Gli esseri umani, seduti al centro del cerchio, ascoltano senza rispondere.
In un momento successivo, ciascun essere può offrire agli umani un dono: una qualità, una risorsa o una forma di saggezza di cui potrebbero aver bisogno per prendersi cura della vita. Può essere la pazienza di una montagna, la capacità di rigenerarsi di una foresta, lo sguardo ampio di un uccello migratore, la determinazione di una formica.
È un'esperienza di immaginazione, ascolto ed empatia che ci invita a guardare il mondo da prospettive diverse dalla nostra, mettendoci per un momento nei panni di altri esseri ed elementi del mondo naturale. Questo esercizio può allargare il nostro sguardo, aiutandoci a cogliere aspetti della realtà che normalmente rischiamo di non vedere e ad arricchire il nostro modo di percepire e comprendere il mondo.
4. Andare avanti
Dopo aver attraversato le fasi precedenti, e in particolare aver allargato il nostro sguardo, possiamo iniziare a intravedere possibilità che prima non riuscivamo a immaginare. L'ultima fase della Spirale ci accompagna nel passaggio dalla consapevolezza all'azione: come possiamo tradurre questo sguardo più ampio in scelte e passi concreti? Che cosa posso fare, io, a partire da dove sono e dalle risorse di cui dispongo?
In questa fase non è necessario avere già tutte le risposte o sapere con certezza dove ci porteranno le nostre azioni. Come scrive Macy: «Non aspettiamo un progetto definitivo o un piano a prova di errore, perché ogni passo sarà il nostro maestro». Si tratta di cominciare, sperimentare, imparare da ciò che accade e, se necessario, cambiare direzione. Le azioni possono essere imperfette, i risultati diversi da quelli sperati, e anche gli errori possono diventare occasioni di apprendimento. Si individuano possibilità concrete, in sintonia con le proprie capacità e condizioni di vita, e si cerca, quando possibile, di agire insieme ad altri.
Questo modo di procedere mette in gioco due risorse importanti per sostenere la motivazione nel tempo: la fiducia di poter incidere sulla realtà attraverso le proprie azioni e la consapevolezza che, insieme agli altri, possiamo ottenere risultati che da soli sarebbero difficili da raggiungere. In psicologia, queste dimensioni sono definite autoefficacia ed efficacia collettiva. Anche la ricerca sulla psicologia climatica l'importanza di poter partecipare ad azioni condivise e di sentirsi parte di iniziative collettive. Collaborare con altre persone, mettere in comune competenze e risorse e riconoscere che il proprio contributo si inserisce in un impegno più ampio può rafforzare la fiducia nella possibilità di generare un cambiamento e aiutare a mantenere vivo il proprio impegno nel tempo.
Questa fiducia nella possibilità di agire, individualmente e insieme agli altri, può esprimersi in molti modi diversi. È attraverso questa pluralità di contributi che prende forma la Grande Svolta, come Macy chiama il processo di trasformazione verso una società capace di sostenere la vita. I modi di contribuire sono tanti: dalla tutela di ciò che ancora esiste alla creazione di alternative, dalla trasformazione del nostro modo di guardare il mondo alla cura delle persone, delle comunità e degli ecosistemi. Non si tratta di fare tutto, ma di trovare il proprio posto e di scoprire come, insieme ad altri, possiamo tradurre le nostre preoccupazioni e aspirazioni in forme concrete di cambiamento.
È anche da questa possibilità di lavorare insieme, nei luoghi in cui viviamo, impariamo e collaboriamo, che nasce il potenziale del Lavoro che Riconnette in contesti diversi: dalle scuole alle comunità, fino alle organizzazioni.
📚 Vuoi approfondire il tema della Grande Svolta? Pietro Corazza ne parla nel suo libro Coltivare speranza su un pianeta al collasso che potete scaricare dalla pagina Risorse Gratuite.
Come portarlo in scuole, comunità e organizzazioni?
Il Lavoro che Riconnette può essere proposto a gruppi molto diversi, con obiettivi e modalità di lavoro differenti: da persone che si incontrano per la prima volta, portando con sé motivazioni e aspettative diverse, a gruppi e organizzazioni che desiderano lavorare insieme verso obiettivi condivisi. Può prendere forma in un singolo workshop oppure essere integrato in un percorso più ampio nel tempo.
Nelle scuole. La crisi eco-climatica ha un impatto particolare sulle nuove generazioni. Insegnanti ed educatori si trovano sempre più spesso ad accogliere le domande e le emozioni di ragazze e ragazzi, senza avere necessariamente gli strumenti per affrontarle.
Le pratiche del Lavoro che Riconnette, adattate alle diverse età, possono offrire agli studenti uno spazio in cui esprimere ciò che provano, sentirsi meno sole e riscoprire il proprio legame con il mondo naturale. Attraverso attività condivise, possono esplorare nuovi punti di vista e immaginare modi concreti per prendersi cura di ciò che sta loro a cuore.
Il percorso offre uno spazio anche agli adulti: per riconoscere come la crisi eco-climatica li tocca, dare voce alle proprie preoccupazioni e trovare modi per accompagnare i giovani anche quando non si hanno tutte le risposte.
Nelle comunità, negli enti del territorio e nella ricerca. Associazioni, enti locali e realtà del terzo settore sono spesso i primi a raccogliere le preoccupazioni delle persone di fronte ai cambiamenti che vedono intorno a sé: estati sempre più calde, territori esposti al rischio di alluvioni e mareggiate, comunità montane che si confrontano con il ritiro dei ghiacciai e la trasformazione del paesaggio alpino.
Il Lavoro che Riconnette può offrire uno spazio in cui dare voce a queste preoccupazioni e rafforzare il legame con il territorio e con chi lo abita. Da questo confronto possono emergere nuove prospettive e possibilità di risposta, radicate nell'esperienza e nelle risorse delle comunità stesse.
Si presta anche ai percorsi di ricerca partecipata e pianificazione dal basso: aiuta a far emergere ciò che le persone sentono, sanno e desiderano per il proprio territorio, e a trasformarlo in azioni condivise.
Nelle organizzazioni e nei team. delle persone che li traducono in pratica. Anche quando gli obiettivi di sostenibilità sono chiari, trasformarli in azioni può essere complesso.
Il Lavoro che Riconnette offre un'occasione per valorizzare le risorse e le competenze presenti nel gruppo, confrontarsi su diverse prospettive e aprire nuove possibilità di collaborazione e cambiamento.
Attraverso il confronto con il mondo naturale e i principi che regolano gli ecosistemi, le persone possono interrogarsi su cosa significhino crescita, successo e responsabilità, ripensando il proprio ruolo, le relazioni nel gruppo e il posto dell'organizzazione nei sistemi sociali ed ecologici di cui fa parte. Da questa prospettiva più ampia possono nascere nuove idee e possibilità di azione, da tradurre in passi condivisi, significativi e sostenibili nel tempo.
In tutti questi contesti, chi facilita accompagna il gruppo senza indicare a priori quali direzioni prendere o quali soluzioni adottare. Il percorso può così accogliere realtà con obiettivi e storie differenti.
Da psicologa e facilitatrice di gruppi lo trovo uno strumento prezioso perché permette di affrontare un tema spesso divisivo senza dividere: ognuno porta la propria esperienza, e il gruppo trova la propria strada.
✍️ Ti interessa capire come portare questo tipo di lavoro in una scuola, in una comunità, in un’associazione o in un’organizzazione? Scrivimi e insieme valutiamo il percorso da costruire.
Photo by Flavia Mash Photography
Dove si pratica in Italia?
Il Lavoro che Riconnette è praticato in molti paesi, e a livello internazionale fa riferimento al Work That Reconnects Network, che raccoglie facilitatrici, risorse e pratiche da tutto il mondo.
Anche in Italia sono sempre più numerose le persone che praticano e diffondono il Lavoro che Riconnette. Alcune hanno fondato associazioni, altre organizzano workshop e percorsi, altre ancora condividono il proprio lavoro e le proprie iniziative sui social media. Sono realtà diverse, che stanno contribuendo in molti modi a far conoscere e crescere questo approccio: vale la pena cercarle e scoprire cosa propongono!
Parallelamente, sta crescendo anche una rete informale di facilitatrici e facilitatori che desiderano entrare maggiormente in contatto, condividere esperienze, competenze e pratiche e creare occasioni di incontro e formazione. È una rete che vive soprattutto attraverso le relazioni e che, di tanto in tanto, prende forma in progetti e iniziative condivise.
Sono felice di farne parte, insieme a persone con cui condivido una visione e un impegno profondi.
🌳 Vuoi provare il Lavoro che Riconnette in gruppo? Trovi i workshop e gli incontri esperienziali in programma nella pagina dedicata.
Trovare il proprio posto nella Grande Svolta
Alla domanda da cui siamo partiti – cosa posso fare? – il Lavoro che Riconnette non offre una risposta preconfezionata. Ci invita piuttosto a non distogliere lo sguardo da ciò che accade, a riconoscere quanto ci sta a cuore e a lasciare che da questa consapevolezza possa nascere una direzione.
Non sempre sappiamo subito quale sia il passo giusto, e non abbiamo bisogno di avere tutto chiaro per cominciare. Possiamo procedere per tentativi, lasciarci sorprendere da ciò che incontriamo e scoprire, anche attraverso gli altri, possibilità che da soli non avremmo immaginato. Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più importanti del Lavoro che Riconnette: non dobbiamo affrontare tutto da soli, né sapere già dove ci porterà il cammino.
🎙️ Ti interessano i temi di psicologia, ecologia, comunità e attivismo? Potrebbero interessarti gli articoli e le interviste che trovi su questa pagina.
🌱FAQ: Il Lavoro che Riconnette
1. Cos'è il Lavoro che Riconnette?
Il Lavoro che Riconnette (Work That Reconnects) è un percorso di gruppo sviluppato da Joanna Macy, studiosa di buddhismo, teoria dei sistemi ed ecologia profonda, con il contributo di altre persone, a partire dalla fine degli anni Settanta. Si articola in una spirale di quattro fasi(gratitudine, dolore per il mondo, occhi nuovi, andare avanti) e offre uno spazio per entrare in contatto con ciò che proviamo, riconoscere il nostro legame con il mondo e ritrovare la capacità di agire, da soli e insieme agli altri.
2. Il Lavoro che Riconnette è una terapia?
No. È un percorso esperienziale di gruppo, non una psicoterapia. Chi lo facilita accompagna le pratiche e il processo del gruppo, ma non svolge un'attività di diagnosi o trattamento psicologico. Può offrire uno spazio di ascolto, condivisione e sostegno, ma non sostituisce un percorso con un professionista della salute mentale quando questo è necessario. Per approfondire la differenza, leggi anche ecoterapia).
3. Quanto dura un workshop?
Non c'è una durata fissa: dipende dal gruppo, dal contesto e dal tempo che si vuole dedicare alla spirale. Si possono organizzare incontri di poche ore oppure workshop di più giorni, in presenza o online.
4. Si può usare nelle organizzazioni?
Sì. Il percorso può essere adattato a gruppi e organizzazioni diverse. Offre uno spazio strutturato in cui le persone possono condividere preoccupazioni, esplorare prospettive differenti e riconoscere insieme possibilità di cambiamento, senza che chi facilita imponga soluzioni o indichi quali azioni intraprendere.
5. Dove si pratica in Italia?
Il Lavoro che Riconnette è praticato in molti paesi e fa riferimento, a livello internazionale, al Work That Reconnects Network, che riunisce facilitatrici, facilitatori e risorse da tutto il mondo. In Italia sta crescendo una rete informale di facilitatrici e facilitatori che si scambiano esperienze e pratiche e, talvolta, organizzano insieme incontri e momenti di formazione. Puoi trovare gli appuntamenti nella pagina eventi e formazione.
📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.
📚 Letture di approfondimento
🇮🇹 In italiano
Macy, J., & Johnstone, C. (2021). Speranza attiva (G. Scotto, a cura di). Editpress.
Scotto, G. (2021). Introduzione all'edizione italiana. In J. Macy & C. Johnstone, Speranza attiva. Editpress.
Corazza, P. (2025). Coltivare speranza su un pianeta al collasso. FrancoAngeli.
Gamba, C., & Tecuta, L. (a cura di). (2026). Glossario di ecopsicologia e psicologia climatica.
🌍 In inglese
Macy, J., & Brown, M. Y. (1998). Coming back to life. New Society Publishers.
Macy, J., & Johnstone, C. (2012). Active hope: How to face the mess we're in without going crazy. New World Library.
Macy, J. (2007). World as lover, world as self: Courage for global justice and ecological renewal. Parallax Press.
Seed, J., Macy, J., Fleming, P., & Naess, A. (1988). Thinking like a mountain: Towards a council of all beings. New Society Publishers.
Questa lista è in continua evoluzione: non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza. Se conosci libri, ricerche o contributi in lingua italiana sul Lavoro che Riconnette che pensi possano essere aggiunti, scrivimi: sarò felice di ampliare questa raccolta.
