• 🌍 About Me
    • 🇮🇹 Chi Sono
    • Individual Therapy
    • Couples Therapy
    • Fees
    • FAQs
    • Psicoterapia Individuale
    • Terapia di Coppia
    • Tariffe
    • Domande Frequenti
    • Ecopsicologia
    • Eco-ansia
    • Eventi, Corsi e Formazione
    • Media, Interviste e Divulgazione
    • Risorse
  • 🪶 Blog
    • 🌍 Contact Me
    • 🇮🇹 Contattami
Menu

Dott.ssa Camilla Gamba

Street Address
City, State, Zip
Phone Number
psychologist / psychotherapist

Your Custom Text Here

Dott.ssa Camilla Gamba

  • About Me
    • 🌍 About Me
    • 🇮🇹 Chi Sono
  • 🌍 Psychotherapy
    • Individual Therapy
    • Couples Therapy
    • Fees
    • FAQs
  • 🇮🇹 Psicoterapia
    • Psicoterapia Individuale
    • Terapia di Coppia
    • Tariffe
    • Domande Frequenti
  • 🌱 Ecopsicologia
    • Ecopsicologia
    • Eco-ansia
    • Eventi, Corsi e Formazione
    • Media, Interviste e Divulgazione
    • Risorse
  • 🪶 Blog
  • Contact
    • 🌍 Contact Me
    • 🇮🇹 Contattami

Ecoterapia: la natura è terapeutica

August 28, 2026 Camilla Gamba

Chiunque abbia sentito qualcosa cambiare nel corpo, nella mente, nello spirito quando entra in un bosco, assapora un orizzonte aperto, ascolta le onde del mare o sguazza in un torrente sa — a livello intuitivo — qualcosa che la ricerca da decenni sta documentando: la Natura non è solo piacevole, ci rigenera.

Non si tratta solo di una sensazione senza fondamenta, o di una “romanticizzazione della natura”: il potere ristorativo della natura è un effetto che la psicologia ha iniziato a misurare con precisione già a partire dagli anni ’80.

Roger Ulrich fu tra i primi a dimostrarlo in modo sistematico, osservando che pazienti ospedalizzati con vista su elementi naturali guarivano più rapidamente e richiedevano meno analgesici rispetto a chi aveva una vista su un muro. Poco dopo, Rachel e Stephen Kaplan svilupparono l’Attention Restoration Theory, mostrando come gli ambienti naturali permettono alla mente di recuperare energie dopo un periodo di affaticamento attentivo. Se dopo un periodo di sforzo cognitivo, come spesso accade tra ore di lavoro, tempo passato davanti allo schermo a risolvere problemi, gestire notifiche, prendere decisioni, ignorare le distrazioni – la natura offre una forma di attenzione che non richiede sforzo, la “soft fascination” e che aiuta il cervello a “recuperare le forze”. E più recentemente, il lavoro di Keltner e Haidt sulla meraviglia (awe) ha isolato un’altra componente distinta: quel senso di piccolezza rispetto a qualcosa di più grande di noi, che certi paesaggi o fenomeni naturali sanno provocare, e che sembra avere un effetto quasi terapeutico sul modo in cui ci percepiamo in relazione al mondo – effetto che per molti è associato a uno stato di benessere psicologico, che molti descrivono come un “mettere i problemi in prospettiva” — un legame che approfondisco nell’articolo dedicato a Natura e Salute Mentale [→ link all’articolo Natura e Salute Mentale].

Questi sono solo alcuni degli ambiti di ricerca che ci aiutano a comprendere gli effetti psicofisici del contatto con la Natura. Intorno a queste conoscenze si sono sviluppate, soprattutto negli ultimi decenni, diverse pratiche che utilizzano intenzionalmente il contatto con la Natura per sostenere il benessere. La ricerca su queste pratiche è in crescita, ma non tutte hanno lo stesso livello di evidenza scientifica: alcune sono già state ampiamente studiate, mentre per altre siamo ancora in una fase esplorativa. Quella che segue è quindi una panoramica di pratiche diverse per storia, approccio, obiettivi e solidità delle evidenze.


Cos’è l’ecoterapia? Un termine con molti significati

Un modo di definirla è come applicazione pratica dell’ecopsicologia. Prima di andare avanti, vale la pena fare un po’ di chiarezza. Il termine “ecoterapia” viene usato in modi molto diversi in giro per il mondo, e in ambiti molto diversi tra loro: nel benessere e nell’educazione all’aperto, nei programmi di corporate wellbeing, nei servizi sanitari, nella psicoterapia clinica. Questa varietà non è un caso: non esiste, a livello internazionale, una regolamentazione del termine, e questo lascia spazio a interpretazioni ed usi molto diversi da parte di chi lo utilizza.


contattami

✍️ La tua azienda vuole integrare il benessere in Natura in un programma di corporate wellbeing? Scrivimi!


In questo articolo, per fare chiarezza, distinguo tra due usi principali. Il primo è l’ecoterapia intesa come pratica ristorativa legata al benessere psicofisico: sono attività aperte a chiunque, che usano il contatto con la Natura per sostenere il benessere psicofisico, ma senza obiettivi medici o clinici specifici. Parlo di questo primo approccio nella prima parte dell’articolo.

Nella seconda parte parlerò in modo approfondito dell’ecoterapia intesa come estensione della psicoterapia: un intervento clinico vero e proprio, condotto da un professionista abilitato, con scopi terapeutici precisi.

Tenere a mente questa distinzione aiuta a orientarsi tra le tante proposte che si possono incontrare, sia per chi vuole beneficiarne, sia per chi vuole utilizzarle nella propria pratica lavorativa.


Ecoterapia come pratica di benessere

In questa prima parte ci concentriamo sull’ecoterapia nella sua accezione più generale di pratica di benessere. Elenco alcune esperienze e interventi che utilizzano intenzionalmente il contatto con la Natura per sostenere il benessere psicofisico ma che non si configurano come psicoterapia o terapia medica.

Quella che segue è una panoramica pensata per mostrare la varietà di queste pratiche, le differenze tra loro e anche lo spazio di creatività che può esistere nel progettare pratiche ecoterapeutiche adatte a contesti e persone diverse.

Ogni pratica è diversa per origine, obiettivi, modalità e livello di evidenza scientifica. Per ciascuna, proverò a chiarire in cosa consiste, da dove nasce e cosa sappiamo oggi sui suoi possibili benefici.

Forest Bathing (Bagno di Foresta / Shinrin Yoku)

Coniato nel 1982 in Giappone da Tomohide Akiyama per riavvicinare le persone al bosco, il Forest Bathing consiste nell’immergersi nella foresta con attenzione, senza uno scopo prestabilito, lasciandosi coinvolgere da suoni, profumi e sensazioni. La ricerca ne documenta effetti su sistema immunitario, umore, pressione sanguigna e capacità cognitive (Hansen et al., 2017; Li, 2022).

Forest Therapy (Terapia Forestale)

La Forest Therapy®, o Terapia Forestale, è una versione strutturata e guidata del Forest Bathing, condotta da operatori formati e talvolta inserita in percorsi di cura o riabilitazione (Forest Therapy Society, 2025; Mazzoleni et al., 2024). A differenza del Forest Bathing, libero e non strutturato, prevede generalmente una guida e un percorso definito.

Green Mindfulness

La Green Mindfulness unisce la pratica della mindfulness all’esperienza diretta della Natura, portando l’attenzione anche a suoni, profumi e dettagli dell’ambiente circostante, non solo al proprio respiro. In un’ottica ecopsicologica, favorisce un senso di connessione e appartenenza alla Natura; la ricerca, ancora in fase di sviluppo, suggerisce possibili effetti su stress e umore (Danon, 2020; Ghezzi et al., 2025).

Nature Prescriptions (Prescrizioni Verdi e Blu)

Le Nature Prescriptions, o Prescrizioni Verdi (e “blu”, per ambienti come fiumi e mare), sono programmi in cui un professionista sanitario invita una persona a svolgere regolarmente attività in Natura come parte di un percorso di promozione della salute. In paesi come Regno Unito, Nuova Zelanda e Canada sono diventate interventi sanitari strutturati; in Italia il modello è ancora agli inizi. La ricerca suggerisce benefici su stress, ansia e depressione, ma l’efficacia dipende anche da un accesso equo alla Natura (de Bell et al., 2024).

Ortoterapia

L’ortoterapia utilizza attività di giardinaggio e orticoltura pensate intenzionalmente per sostenere il benessere psicofisico — a distinguerla dal giardinaggio ricreativo è l’intenzionalità con cui viene condotta l’esperienza. Le attività possono contribuire a ridurre lo stress e sostenere umore, autostima e socialità (Tu, 2022); non è però il giardinaggio in sé a essere una terapia, ma il contesto professionale in cui viene proposto.

Interventi Assistiti con gli Animali

Gli Interventi Assistiti con gli Animali (IAA) comprendono diverse pratiche — regolamentate in Italia da Linee Guida nazionali — in cui la relazione con un animale (cane, cavallo, asino, gatto, coniglio) viene utilizzata intenzionalmente per il benessere: Attività (AAA), Educazione (EAA) o Terapia (TAA) Assistita con gli Animali. Non tutti gli IAA sono terapie: solo la TAA è inserita in un percorso sanitario condotto da professionisti formati; la ricerca suggerisce benefici su stress, ansia e motivazione (Fine, 2019).

Wilderness Therapy

La Wilderness Therapy porta l’esperienza nella Natura a un livello molto più intenso: programmi spesso residenziali, di giorni o settimane, in ambienti remoti — montagne, deserti, aree selvagge — utilizzati soprattutto con adolescenti e giovani adulti con difficoltà comportamentali o legate a sostanze. A differenza delle altre pratiche di nature restoration, nasce come intervento terapeutico strutturato e richiede competenze cliniche specifiche: le evidenze su autostima e funzionamento sociale restano variabili, e sono state sollevate questioni importanti su sicurezza ed etica — non un semplice “stare nella natura per stare meglio,” ma un intervento intensivo, non adatto a tutti.

Lavoro che Riconnette (The Work That Reconnects)

Sviluppato dall’attivista ambientale e studiosa di buddhismo Joanna Macy a partire dagli anni ’70, il Lavoro che Riconnette è un percorso esperienziale, spesso di gruppo, che unisce riflessione sul nostro rapporto con la Natura e pratiche di ascolto e condivisione (Macy & Brown, Coming Back to Life, 1998). Segue una spirale di quattro movimenti — gratitudine, riconoscimento del dolore per il mondo, un nuovo modo di vedere, azione — per attraversare le emozioni legate alla crisi ecologica senza esserne sopraffatti.

Queste pratiche possono essere proposte individualmente o in gruppo, e in contesti molto diversi: da iniziative di benessere e attività comunitarie a programmi educativi e aziendali, fino a progetti promossi da enti locali o inseriti in contesti sanitari. Proprio questa varietà ci ricorda che non esiste un unico modo di fare ecoterapia: cambiano gli obiettivi, le modalità, le competenze richieste a chi la propone e anche il tipo di Natura con cui si lavora — un bosco, un parco urbano, una costa, un orto comunitario o un contesto ospedaliero possono offrire possibilità molto diverse. In tutti questi casi il principio di fondo è simile: creare intenzionalmente un’esperienza di incontro con la Natura che possa sostenere il benessere.

Nel tempo, alcuni psicoterapeuti hanno cominciato a esplorare come il rapporto con la Natura possa ampliare gli orizzonti della psicoterapia.


Scarica il glossario

🌳 Approfondisci queste e altre pratiche nel Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica


L’ecoterapia come estensione della psicoterapia: dalla persona al mondo di cui fa parte

Gran parte del lavoro psicoterapeutico parte da una domanda fondamentale: che cosa sta succedendo dentro questa persona? Pensieri, emozioni, ricordi, bisogni, conflitti, schemi che tende a ripetere e strategie che utilizza per affrontare le difficoltà.

Ma la psicoterapia ha da sempre cercato di comprendere la persona anche attraverso le sue relazioni. Nel corso della sua storia, questo sguardo si è progressivamente allargato: dalla relazione con sé stessi a quella con gli altri, dalla relazione terapeutica alle relazioni familiari e di coppia, fino ai gruppi e ai sistemi sociali e culturali di cui facciamo parte. Gli approcci sistemici, relazionali e comunitari hanno reso sempre più evidente che una persona non può essere compresa pienamente separandola dal contesto umano in cui vive. Parallelamente, gli approcci somatici hanno ampliato ulteriormente lo sguardo, riconoscendo che non tutto ciò che viviamo passa attraverso il pensiero e il linguaggio.

L’ecoterapia propone di allargare ancora questo campo: dalla rete delle relazioni umane alla relazione con il mondo naturale.

Che rapporto ho con il luogo in cui vivo? Con il paesaggio che mi circonda? Con le altre specie? Con il territorio a cui sento — o non sento — di appartenere? E cosa succede alla mia esperienza di me stessa quando smetto, anche solo per un momento, di considerarmi separata dal mondo naturale?

Thomas Doherty definisce l’ecoterapia come un insieme di attività psicoterapeutiche e di promozione della salute svolte con una consapevolezza o un’intenzionalità ecologica. La differenza rispetto a una psicoterapia tradizionale, nella sua lettura, è che il campo di attenzione non comprende soltanto l’ecologia delle relazioni umane e della cultura, ma anche l’ecologia naturale: l’ambiente locale, gli altri esseri viventi e, più ampiamente, la biosfera (Doherty, 2016).

Da questa prospettiva, l’ecoterapia assume un orientamento che Doherty definisce ecocentrico: non mette più l’essere umano al centro dell’intero sistema, ma lo considera una parte di un insieme più ampio, fatto di relazioni, interdipendenze e sistemi viventi. È ciò che Doherty contrappone alla tendenza antropocentrica, spesso implicita, della psicoterapia: la tendenza a guardare la Natura soprattutto in funzione dei suoi significati, usi o benefici per gli esseri umani.

Questo non significa che l’ecoterapia debba mettere da parte la persona o i suoi bisogni. Significa piuttosto allargare la lente: la persona rimane al centro del lavoro terapeutico, ma non viene più considerata separata dal mondo di cui fa parte.

Ed è proprio questo allargamento che apre molte possibilità. Quando la relazione con la Natura entra nel campo terapeutico, si apre un campo più ampio di esperienza, di relazione e di significato.


Formazioni per psicolog3

🎓 Vuoi imparare ad allargare questa lente nella tua pratica clinica? Sono disponibili formazioni specifiche, anche con accreditamento ECM.


Le dimensioni dell’ecoterapia: continuum su cui costruire il lavoro clinico

Cosà come esistono molti approcci psicoterapeutici, esistono diversi modi di fare ecoterapia. Le pratiche possono differire molto tra loro per il tipo di Natura coinvolta, il grado di interazione, il ruolo che la Natura assume nel processo terapeutico e il livello di coinvolgimento richiesto alla persona. Non esiste una modalità giusta in assoluto: sono dimensioni e possibilità che diversi ecoterapeuti hanno esplorato e descritto nel loro lavoro e nella letteratura sull’ecoterapia.

La scelta dipende dalla persona, dagli obiettivi terapeutici e dal contesto.

A differenza delle pratiche viste finora — format già definiti, con un nome e una storia propria — qui entriamo in un territorio più simile a un’arte professionale: dimensioni lungo cui un percorso terapeutico viene costruito su misura, caso per caso, a seconda della formazione del terapeuta, del cliente, dell’obiettivo terapeutico e della problematica che porta in seduta. Comporre questi elementi richiede competenza clinica specifica — non solo buona volontà o amore per la Natura. Ed è anche per questo che non esiste una risposta unica alla domanda “cos’è l’ecoterapia?”: dipende da come, e da chi, viene costruita.

Di seguito esploro alcune delle principali dimensioni lungo cui queste modalità possono variare. Pensarle come continuum aiuta a vedere non solo le differenze tra pratiche, ma anche quante possibilità esistono tra un estremo e l’altro.

Questi continuum nascono soprattutto dalla ricerca e dalla pratica clinica, e sono pensati in primo luogo per psicoterapeuti e altri professionisti della salute mentale. Ma possono essere una fonte di ispirazione per chiunque voglia integrare pratiche ecoterapeutiche nel proprio lavoro, anche al di fuori del contesto clinico.


Contattami

🤝 Vuoi integrare interventi ecoterapeutici nella tua pratica clinica con una guida esperta? Offro supervisioni individuali.


Concettualizzazione della Natura

Un primo continuum da considerare riguarda il tipo di Natura coinvolta nella pratica — non tutta la Natura è uguale, né ugualmente accessibile. Doherty (2016) e Clayton e Myers (2009) propongono di distinguere almeno quattro categorie, che vanno da una natura più ‘addomesticata’ a quella più ‘selvaggia’.

Natura Domestica — tutto ciò che vive in modo dipendente dalla persona: una pianta in casa, un giardino, un animale da compagnia.

Natura Vicina — ciò che è accessibile nella quotidianità: per chi vive in città, può essere rappresentato da un parco urbano.

Natura Gestita — aree con una forte presenza di gestione umana, come campi agricoli o un maneggio.

Natura Selvaggia (Wild Nature) — aree naturali dove la gestione umana è minima o del tutto assente, spesso in aree protette da normative specifiche.

La scelta del tipo di Natura da integrare nel lavoro terapeutico dipenderà sia dagli obiettivi del lavoro, sia da ciò che è effettivamente accessibile alla persona. In un mondo sempre più urbanizzato e costruito, l’accesso ad ambienti naturali meno gestiti e più selvaggi può essere complesso, o in alcuni casi del tutto impossibile.

Zona di comfort del cliente

Un’altra variabile riguarda quanto si sceglie di restare dentro la zona di comfort della persona, o quanto si ritiene utile spingersi oltre (Cooley et al., 2020) — una scelta che presuppone una valutazione preliminare del suo livello di agio rispetto alla Natura, e che dipende dall’obiettivo terapeutico in corso.

Restare nella comfort zone: Alcuni percorsi terapeutici richiedono di rafforzare il senso di sicurezza della persona e la capacità di rimanere dentro una “finestra di tolleranza” rispetto al disagio emotivo. In questi casi — come nel lavoro sul trauma o sulla disregolazione, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso terapeutico — è fondamentale rimanere dentro la comfort zone del cliente.

Spingersi oltre: In altri casi, il lavoro terapeutico consiste proprio nell’imparare a tollerare il disagio e a mettere in pratica strategie adattive in momenti di difficoltà — come nel lavoro su ansia o fobie specifiche, o quando si vuole “mettere alla prova” strumenti appresi in fasi precedenti della terapia. Può anche essere utile uscire dalla zona di comfort in momenti in cui il lavoro terapeutico va in stallo per stimolare pensieri, schemi o risorse diverse.

Natura come strumento o natura come relazione

Questo terzo continuum riguarda il tipo di rapporto che la pratica stessa mira a costruire con la Natura. Nel lavoro, la Natura è un mezzo per ottenere un beneficio, o viene considerata un interlocutore con cui costruire una relazione di reciprocità?

Questa distinzione è al centro di un framework a due livelli proposto da Linda Buzzell, che ho descritto più nel dettaglio nell’articolo dedicato a Natura e salute mentale.

Natura come strumento: Al primo livello, la Natura viene utilizzata per i suoi effetti restorativi — per ridurre lo stress, favorire il recupero attentivo, migliorare l’umore. È un rapporto legittimo, spesso il punto di partenza più familiare per chi è cresciuto in contesti occidentali, dove la Natura viene frequentemente considerata soprattutto in termini di benefici che può offrire alle persone.

Natura come relazione: Al secondo livello, l’attenzione si sposta dal beneficio ottenuto al tipo di relazione coltivata: non più solo “cosa posso ricevere dalla Natura?”, ma “che relazione sto costruendo con essa?” — una relazione di reciprocità, che riconosce la Natura come parte della relazione e non soltanto come risorsa.

Sfera personale vs sfera sociale ed ecologica

Il continuum appena descritto — Natura come strumento o Natura come relazione — può essere letto anche su un piano più ampio, che va dalla sfera personale a quella sociale ed ecologica: alcuni approcci di ecoterapia estendono il campo del lavoro fino a includere il rapporto tra la persona, la società e il mondo naturale (Doherty, 2016).

Sfera personale: nella maggior parte dei casi, l’ecoterapia lavora — come la psicoterapia tradizionale — sulle esperienze e difficoltà della persona: il suo mondo interno, le emozioni, gli schemi comportamentali e le relazioni. In questo tipo di lavoro, la Natura può essere il contesto in cui avviene la terapia oppure diventare una risorsa attraverso cui esplorare la sfera personale, per esempio attraverso esperienze sensoriali, metafore o simboli tratti dal mondo naturale. L’obiettivo terapeutico rimane principalmente quello di sostenere il benessere e il cambiamento della persona.

Sfera sociale ed ecologica: alcuni approcci ampliano invece il campo del lavoro per includere anche il modo in cui la persona vive il proprio rapporto con il mondo sociale ed ecologico. Questo può significare esplorare il senso di appartenenza a un luogo, le proprie responsabilità e possibilità di azione, oppure le emozioni legate a fenomeni collettivi come la crisi climatica e il degrado ambientale. Un esempio è la Climate Aware Ecotherapy, di cui parlo più avanti in questo articolo.

Incorporazione della Natura nel lavoro Terapeutico

Un ulteriore continuum riguarda il grado di incorporazione della Natura all’interno della seduta: quanto la Natura viene coinvolta attivamente nel processo terapeutico, o resti invece sullo sfondo (Cooley et al., 2020).

Incorporazione passiva: In questa modalità, terapeuta cambia semplicemente il luogo dove si svolge il lavoro terapeutico. La terapeuta procede con la seduta come da sua formazione e orientamento, ma la seduta avviene all’aperto invece che nello studio. Non c’è un’intenzione specifica di interagire con la Natura: è un cambio di setting, che però può portare con sé elementi di restorativeness propri dell’ambiente naturale. Può essere una modalità particolarmente indicata per persone che faticano con gli spazi chiusi. Una versione di facile accesso che alcuni terapeuti prendono in considerazione è quella di incorporare elementi della natura (vedi Natura domestica citata sopra) come piante da appartamento nella creazione del setting del proprio studio.

Incorporazione attiva: All’estremo opposto troviamo un’interazione attiva con elementi della Natura, che può essere considerata una vera e propria co-terapeuta. Un esempio indicativo è la terapia assistita con gli animali, dove la relazione tra paziente e animale — non la sola presenza dell’ambiente — è al centro del processo terapeutico. La stessa considerazione può essere fatta anche con altri elementi della natura: alberi, rocce, paesaggi, fiumi: elementi che acquistano centralità nel focus del lavoro terapeutico. L’incorporazione, in questo senso, può anche avvenire in studio, come nel caso di una pianta che nel lavoro passa da essere oggetto a soggetto di relazione.

Intensità di interazione con la Natura

Un altro continuum riguarda l’intensità dell’interazione con la Natura, che può variare in base al livello di interdipendenza tra la persona e l’ambiente naturale (Cooley et al., 2020): da esperienze in cui la persona mantiene un alto grado di autonomia rispetto all’ambiente, fino a esperienze in cui deve adattarsi continuamente alle condizioni che la Natura presenta.

Intensità bassa: troviamo esperienze come stare seduti in un parco, camminare o prestare attenzione ai suoni, ai profumi e agli elementi naturali. La persona mantiene un alto grado di autonomia: può scegliere dove andare, quanto fermarsi e come interagire con l’ambiente. La Natura è presente, ma ciò che accade dipende relativamente poco dalle sue condizioni.

Intensità intermedia: l’interazione diventa più reciproca. Fare giardinaggio, costruire un riparo con materiali naturali, attraversare un corso d’acqua, fare escursioni, arrampicata o orienteering richiede di adattarsi maggiormente alle caratteristiche dell’ambiente. L’autonomia si riduce e aumenta la necessità di prestare attenzione a ciò che la Natura offre e richiede.

Intensità alta: all’estremo opposto troviamo esperienze caratterizzate da una forte interdipendenza con l’ambiente, come le spedizioni in aree remote, dove si può trascorrere anche molto tempo vivendo all’aperto. Terreno, condizioni meteorologiche, disponibilità di risorse e altri elementi naturali possono influenzare direttamente ciò che è possibile fare. La persona non può semplicemente decidere come svolgere l’esperienza: deve rispondere a ciò che l’ambiente presenta.

L’imprevedibilità della Natura nel setting terapeutico

Questi continuum possono aiutare il terapeuta a progettare il lavoro con intenzionalità, ma la Natura introduce nel setting un ulteriore elemento vivo, mutevole e solo in parte controllabile. Una passeggiata può portare l’attenzione del cliente verso qualcosa di inatteso, spostando il focus dell’incontro; un paesaggio scelto per la terapia può portare improvvisamente in primo piano trasformazioni che normalmente rimangono sullo sfondo: una nuova infrastruttura che modifica il territorio, vegetazione alterata e scarsità d’acqua, o temperature insolite che alterano l’esperienza della natura.

Quando aumentano l’intensità e l’interdipendenza, l’ambiente può imporsi ancora più direttamente sul processo: terreno, meteo e altri esseri viventi possono modificare ciò che terapeuta e cliente avevano immaginato. Questi imprevisti non sono necessariamente un’interruzione: possono diventare parte del lavoro, offrendo l’opportunità di osservare come entrambi rispondono a qualcosa che non possono controllare completamente. Dal punto di vista ecopsicologico, questa esperienza può ricordarci concretamente che non siamo esseri autonomi e separati dal mondo naturale.

Lasciare spazio all’imprevisto, però, non significa rinunciare alla responsabilità del terapeuta. Perché questa apertura possa essere arricchente e non disorientante — o, peggio ancora, pericolosa — sono necessarie formazione adeguata, supervisione e una buona conoscenza degli ambienti in cui si lavora. La capacità di lasciare spazio all’imprevisto richiede, paradossalmente, una buona preparazione.


Quando l’ecoterapia è una risorsa

L’ecoterapia può assumere forme molto diverse, dalla semplice esperienza di contatto con la Natura fino a interventi psicoterapeutici strutturati. Di conseguenza, anche le indicazioni cambiano: ciò che può essere una risorsa di benessere per una persona può richiedere maggiore cautela, adattamento o competenza clinica per un’altra. Più che una lista di condizioni per cui l’ecoterapia è “indicata”, è quindi utile considerare che cosa si vuole sostenere, per chi, e in quale contesto.

Come risorsa di benessere generale

Come pratica di benessere e nature restoration, il contatto con la Natura può essere utile a chiunque desideri sostenere il proprio benessere psicofisico: per esempio per ridurre lo stress, recuperare dall’affaticamento attentivo, sostenere il tono dell’umore, favorire il movimento o contrastare l’isolamento. Non è necessario avere una problematica psicologica specifica, e la risposta resta naturalmente individuale.


Corsi ed eventi

🌳 Vuoi vivere questa esperienza in un contesto di gruppo? Organizzo eventi esperienziali in natura.


Come parte di un percorso psicoterapeutico

All’interno di un percorso psicoterapeutico, l’integrazione della Natura può essere presa in considerazione, a seconda della persona e degli obiettivi, per esempio in relazione a:

  • stress, ansia e difficoltà di regolazione, anche attraverso movimento, consapevolezza corporea e grounding;

  • trauma, quando il contesto e le modalità di lavoro possono offrire un’esperienza più sostenibile rispetto a un setting tradizionale;

  • depressione e ritiro, quando uscire, muoversi e cambiare ambiente possono entrare nel lavoro terapeutico;

  • lutto e perdita, utilizzando la Natura come spazio di elaborazione e di esperienza;

  • ecoansia, lutto climatico e solastalgia, creando uno spazio per elaborare emozioni legate a cambiamenti ambientali reali senza trasformarle automaticamente in sintomi da eliminare;

  • domande esistenziali e di senso, che possono essere esplorate anche attraverso un’esperienza concreta della Natura e dei suoi cicli.

Ma da cosa deriva, più nello specifico, questo potenziale arricchimento della psicoterapia che integra la Natura?

Nella loro rassegna “Into the Wild” (2020), Cooley, Jones, Kurtz e Robertson individuano cinque aree in cui questo tipo di lavoro — non l’ecoterapia in generale — può arricchire la pratica clinica rispetto al setting tradizionale:

  • Mutualità. Camminare fianco a fianco, condividendo lo stesso ambiente, può bilanciare l’asimmetria terapeuta-cliente tipica dello studio clinico, aprendo spazio a maggiore autenticità e collaborazione.

  • Libertà. Muoversi, cambiare direzione, non dover mantenere il contatto visivo: la libertà fisica sostiene anche l’agency del cliente, e apre più spazio al lavoro esperienziale.

  • Olismo. All’aperto il corpo è inevitabilmente coinvolto — respiro, terreno, sensi — offrendo una via d’accesso più incarnata all’esperienza psicologica, oltre alla dimensione verbale.

  • Interconnessione. Stare in Natura rende più visibile l’appartenenza a un mondo più grande di sé, allargando la domanda da “come stai affrontando questo?” a “con cosa sei in relazione, e cosa sta succedendo al mondo a cui appartieni?” — un ponte diretto con la psicoterapia climate-aware, dove lutto climatico ed ecoansia non sono letti come patologia individuale.

  • Benessere del professionista. Lavorare all’aperto porta beneficio anche al terapeuta — vitalità, creatività, allineamento con i propri valori — ricordando che chi conduce la terapia non è mai separato da essa.

A queste aggiungo un sesto elemento, che deriva dalla mia esperienza:

  • Natura come contenitore e testimone. Di fronte a un dolore che non si può risolvere — come nel caso di un lutto, la Natura offre più spazio per sentire, senza bisogno di ridurre l’emozione: un mondo che continua a esistere intorno a chi soffre, e che a volte può contenere anche il terapeuta, non solo il cliente. Inoltre, quando si tratta di eco-lutto e altre eco-emozioni [→ link all’articolo Eco-ansia ed Eco-emozioni] che portano a riflettere su dimensioni molto più vaste di quelle prettamente umane, il setting in Natura aiuta la persona che accompagno, e offre a me come terapeuta un contenitore per gestire al meglio i miei vissuti personali riguardo al tema.

Quando può non essere la scelta migliore

Anche quando esiste un potenziale beneficio, l’ecoterapia non è necessariamente adatta a ogni persona o a ogni momento. È importante considerare, tra le altre cose:

  • se la persona non percepisce l’ambiente come sicuro o accogliente;

  • se, nel momento attuale, ha bisogno di un livello di contenimento, struttura o privacy difficile da garantire all’aperto;

  • se accessibilità, movimento o condizioni fisiche rendono l’esperienza un ostacolo — l’ecoterapia non dovrebbe mai diventare una prescrizione di esercizio fisico;

  • se il contesto rende difficile garantire una riservatezza ragionevole;

  • se condizioni ambientali, meteo, terreno o fauna comportano rischi superiori ai possibili benefici;

  • se chi propone l’intervento non possiede la formazione e le competenze necessarie per il tipo di attività o di lavoro terapeutico che intende svolgere.

Cosa tenere presente

La scelta di lavorare con la Natura richiede quindi una valutazione del contesto tanto quanto della persona. A seconda dell’attività e del setting possono essere necessari qualifiche specifiche, permessi per l’accesso a determinati luoghi, copertura assicurativa, preparazione alle emergenze, un consenso informato adeguato e un piano alternativo in caso di condizioni meteorologiche avverse.

Nel lavoro clinico, queste considerazioni si aggiungono alle normali responsabilità professionali del terapeuta e richiedono particolare attenzione quando si lavora con bambini, persone vulnerabili o obiettivi sanitari specifici.

Infine, lavorare con la Natura significa anche considerare l’impatto della nostra presenza sulla Natura stessa: dal disturbo alla fauna all’usura dei sentieri e al calpestio della vegetazione. Un approccio ecoterapeutico coerente tiene quindi conto non solo di ciò che l’ambiente può offrire alla persona, ma anche di ciò che la nostra presenza comporta per l’ambiente.

La possibilità di beneficiare dell’ecoterapia, però, non è distribuita in modo equo. Da un lato, l’accesso a spazi naturali di qualità dipende da fattori sociali ed economici, che non garantiscono a tutti le stesse possibilità di raggiungere ambienti sicuri e accessibili. Dall’altro, lo stesso vale per le cure psicologiche in generale: costi, disponibilità di professionisti formati e altre barriere strutturali possono escludere proprio le persone che più ne avrebbero bisogno.

Se vuoi integrare la Natura nella tua pratica clinica, consulta il calendario delle formazioni in ecoterapia, o contattami per un percorso di supervisione individuale.

Chi può fare ecoterapia: aspetti critici in Italia

Una delle cose belle dell’ecoterapia, intesa come pratica di nature restoration, è che è aperta a moltissime persone: guide naturalistiche, educatori ambientali, operatori del benessere, istruttori di attività outdoor, e chiunque abbia a cuore il legame tra Natura e benessere psicofisico. In Italia esistono percorsi di formazione dedicati a chi vuole approfondire questo lavoro — penso, per esempio, alla Terapia Forestale o alla scuola Ecopsichè di Marcella Danon — e la maggior parte di chi opera in questo campo lo fa con cura, competenza e integrità.

È un ambito in crescita, ricco di proposte diverse, e questa varietà è parte della sua ricchezza. Offro diversi percorsi di formazione in ecoterapia, aperti a chiunque voglia approfondire questo lavoro, e percorsi più specialistici di formazione e supervisione — anche accreditati ECM — per psicologi, psicoterapeuti e altri operatori della salute mentale che vogliono integrarla nella propria pratica clinica.


corsi e formazione

🎓 Sei un operatore della salute mentale e vuoi formarti in ecoterapia? Scopri i corsi e le formazioni.


Proprio questa apertura, però, porta con sé un punto critico: in Italia, l’uso del termine “ecoterapia” da parte di chi non è un operatore sanitario non è regolamentato. Chiunque può presentarsi come “ecoterapeuta” o proporre “natura-terapia”, con o senza una formazione specifica alle spalle. Questo non significa diffidare di chi propone queste attività — significa, per chi cerca questo tipo di esperienza, informarsi su percorso e formazione di chi la conduce. È anche un aspetto su cui l’Italia, come sistema, avrebbe margine per lavorare, con una regolamentazione più chiara.

Il discorso cambia quando si parla di ecoterapia come estensione della psicoterapia. In questo caso, a proporla può essere solo chi è abilitato a fare psicoterapia — psicologi psicoterapeuti, psichiatri e altri professionisti sanitari con formazione psicoterapeutica riconosciuta, iscritti al relativo Ordine. Per questi professionisti resta valido quanto vale per qualunque altra pratica clinica: attenersi al proprio codice deontologico e a pratiche basate sull’evidenza, a cui si aggiunge — come discusso nella sezione precedente — una formazione specifica in ecoterapia.


media e interviste

🎙️ Un tema poco regolamentato in Italia, che merita di essere raccontato con chiarezza. Guarda, ascolta, leggi le mie interviste e altri contenuti divulgativi → Media e Divulgazione


Il mio approccio

Il mio approccio all’ecoterapia si muove lungo uno spettro che va dal personale al collettivo, e resta sempre client-centered: in un percorso individuale il focus rimane più centrato sulla persona; nei gruppi e nei workshop si apre più naturalmente anche a una dimensione condivisa — la relazione tra le persone, e la relazione tra le persone e la Natura di cui tutti facciamo parte. In ogni caso, si lavora nella direzione della connessione con la natura, fattore che è stato associato a una maggiore motivazione a proteggerla e a comportarsi in modo più rispettoso nei suoi confronti (Mackay & Schmitt, 2019). Per questo, coltivare una relazione più sana con l’ambiente naturale è, per me, un valore che accompagna il lavoro clinico vero e proprio.

Come ecoterapia a sé — individuale e di gruppo — la propongo in contesti diversi: workshop commissionati da aziende all’interno di programmi di corporate wellbeing, o da enti locali e organizzazioni non profit che lavorano per costruire un legame più forte tra la popolazione e la natura del proprio territorio. In questi contesti prediligo pratiche di mindfulness e pratiche somatiche, che permettono di coinvolgere il corpo nella sua interezza. Offro corsi aperti a chiunque voglia approfondire l’ecoterapia, inclusi workshop di Lavoro che Riconnette. Inoltre, per psicologi, psicoterapeuti e altri operatori della salute mentale che vogliono integrare la Natura nella propria pratica clinica, offro formazioni specialistiche – anche accreditati ECM. Su questo link trovi il calendario di tutti i corsi, eventi, e formazioni. E se desideri, puoi contattarmi per sviluppare un percorso di supervisione individuale.

Insieme ad alcuni colleghi, lavoro anche per rendere accessibili materiali di approfondimento — come il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica — pensati sia per il pubblico generale sia per i professionisti, affinché chi lo desidera possa portare avanti queste pratiche in modo consapevole e informato.


Risorse gratuite

📗 Scopri il Glossario e le altre risorse gratuite sul mio sito.


Come estensione della mia psicoterapia clinica, uso invece il walk & talk e altre pratiche ecoterapeutiche con i singoli clienti. Nel tempo, ho visto che affiancare l’ecoterapia ai metodi più tradizionali può davvero aiutare alcune persone a “sbloccarsi” — e mi aiuta anche a essere una professionista migliore, coerentemente con quanto discusso a proposito del benessere del professionista. In particolare, trovo che porti benefici significativi nel lavoro con il trauma e PTSD, il lutto, l’ecoansia e le difficoltà legate all’autostima, all’interno della mia pratica di terapia individuale. È qui che si inserisce anche quella che potremmo chiamare ecoterapia climate-aware — un incrocio tra ecoterapia e psicologia climatica: quando una persona porta in seduta la propria preoccupazione per la Natura, sembra quasi naturale uscire all’aperto e relazionarsi con essa mentre ne parliamo. È un approccio ispirato al lavoro di Thomas Doherty, con cui mi sono formata, e di altri professionisti climate-aware che portano la propria pratica all’aperto.

Faccio questo lavoro perché funziona — lo vedo con le persone che accompagno, e lo sento nel mio proprio benessere professionale. E, semplicemente, amo stare in Natura. Approfondisco il mio percorso di avvicinamento al tema della Natura nella pratica clinica nell’articolo dedicato.


Conclusioni

L’ecoterapia, come abbiamo visto, non è una cosa sola: è uno spettro che va da pratiche di benessere aperte a chiunque — una passeggiata consapevole, un pomeriggio di giardinaggio, un forest bathing di gruppo — fino a un vero e proprio intervento clinico, condotto da un professionista abilitato, all’interno di un percorso psicoterapeutico. Tenere a mente la differenza tra “terapeutico” e “terapia” aiuta a orientarsi tra le tante proposte che si possono incontrare, e a scegliere quella più adatta al momento che si sta vivendo — un momento in cui, per motivi diversi, questo bisogno di orientarsi sembra farsi sempre più sentire.

Viviamo infatti in un tempo segnato dalla crisi ecologica e climatica, ma anche da un ritmo di vita sempre più veloce e digitalizzato, fatto di incertezze diffuse che portano con sé molto stress. In questo contesto, ritrovare una relazione più stretta — e più lenta — con la Natura può essere una risorsa preziosa: per il singolo, come spazio di respiro e regolazione, e più in generale, come promemoria di appartenere a qualcosa di più grande di noi.

Se questo articolo ti ha incuriosito, puoi esplorare il percorso di terapia Walk & Talk, scoprire i workshop ed eventi in natura che propongo, o guardare le mie interviste e altri contenuti divulgativi su questi temi.


FAQ: Ecoterapia


Cos’è l’ecoterapia?

L’ecoterapia è un termine ombrello che indica pratiche intenzionali di contatto con la Natura pensate per sostenere il benessere psicofisico. Il termine viene usato in due modi distinti: come pratica ristorativa aperta a chiunque (una passeggiata consapevole, il forest bathing, l’ortoterapia), oppure come estensione della psicoterapia clinica, condotta da un professionista abilitato. Non esiste una definizione regolamentata a livello internazionale, per questo è importante distinguere questi due usi.


L’ecoterapia funziona davvero, o è solo una moda?

La ricerca su singole pratiche — come il Forest Bathing o le Nature Prescriptions — mostra effetti misurabili su stress, umore e recupero attentivo, anche se il livello di evidenza varia da pratica a pratica: alcune sono ampiamente studiate, altre sono ancora in fase esplorativa. Più che una moda, è un campo in crescita che la ricerca sta iniziando a prendere sul serio, pur restando distinto da un trattamento clinico standardizzato.


Che differenza c’è tra ecoterapia e psicoterapia tradizionale?

Come pratica di benessere, l’ecoterapia non è psicoterapia: è aperta a chiunque e non richiede una problematica clinica. Come estensione della psicoterapia, resta invece una psicoterapia a tutti gli effetti — stessa competenza clinica, stesso inquadramento professionale — cambia il contesto in cui si svolge, con la Natura come parte attiva del setting. Non la sostituisce: la integra.


L’ecoterapia è regolamentata in Italia?

Solo in parte. L’uso del termine da parte di chi non è un operatore sanitario non è regolamentato: chiunque può proporsi come “ecoterapeuta”. Come estensione della psicoterapia, invece, può essere proposta solo da chi è abilitato alla professione — psicologi psicoterapeuti, psichiatri e altri professionisti sanitari iscritti al proprio Ordine.


Chi può fare ecoterapia? Serve essere psicologi?

Dipende da quale dei due significati si intende. Come pratica di benessere, è aperta a guide naturalistiche, educatori ambientali, operatori del benessere e chiunque abbia una formazione specifica — non serve essere psicologi. Come estensione della psicoterapia clinica, può essere proposta solo da chi è abilitato a fare psicoterapia. Offro diversi percorsi di formazione aperti a chiunque sia interessato all’ecoterapia, oltre a percorsi più specialistici di formazione e supervisione — anche accreditati ECM — per chi è già psicologo o psicoterapeuta e desidera integrarla nella propria pratica clinica.


Come scelgo un ecoterapeuta qualificato?

Vale la pena informarsi sul percorso di formazione di chi propone l’attività, dato che il termine non è regolamentato per chi non è un professionista sanitario. Per un lavoro psicoterapeutico, è utile verificare l’iscrizione all’Ordine degli Psicologi (o equivalente) e una formazione specifica in ecoterapia, oltre alla specializzazione clinica.


L’ecoterapia è utile per ansia e depressione?

All’interno di un percorso psicoterapeutico, l’integrazione della Natura può essere utile per chi vive stress, ansia o difficoltà di regolazione — per esempio attraverso movimento, consapevolezza corporea e grounding — così come per chi attraversa una fase di ritiro o depressione. Non è una soluzione automatica: la sua indicazione dipende sempre dalla persona e dal momento del percorso.


L’ecoterapia aiuta con l’ecoansia?

Sì, in modo particolare. Per chi vive ecoansia, lutto climatico o solastalgia, la Natura è spesso parte dell’oggetto stesso della sofferenza, non solo uno strumento — per questo portare la terapia in Natura permette di lavorare con l’emozione nello stesso mondo a cui si riferisce. L’obiettivo non è eliminare l’ecoansia, ma restare in relazione con ciò che sta accadendo senza esserne sopraffatti.


Come si svolge una seduta di ecoterapia?

Può assumere forme molto diverse: una passeggiata (walk & talk), un momento di consapevolezza corporea in un parco, oppure una seduta che si svolge semplicemente all’aperto invece che in studio. In un contesto clinico, il terapeuta sceglie l’ambiente e il livello di coinvolgimento della Natura in base agli obiettivi terapeutici e alla persona — non esiste un formato unico.


L’ecoterapia si può fare anche in città, senza andare in un bosco?

Certamente. In un percorso di ecoterapia, la Natura può essere “domestica” (una pianta in studio), “vicina” (un parco urbano), fino a quella più selvaggia — non serve un bosco incontaminato. Lavorare con la Natura accessibile nella quotidianità è spesso anzi più realistico, soprattutto in contesti urbani.


scarica il glossario

📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.


📚 Letture di approfondimento

🇮🇹 In italiano

  • Danon, M. (2020). Ecopsicologia: Come sviluppare una nuova consapevolezza ecologica. Aboca.

🌍 In inglese

  • Buzzell, L., & Chalquist, C. (2009). Ecotherapy: Healing with nature in mind. Sierra Club Books.

  • Key, D., & Tudor, K. (2023). Ecotherapy: A field guide. Karnac Books.

  • Santin, C. F. (2024). Rewilding therapy: Ecosystemic theory and practice. Karnac Books.

  • Doherty, T. J. (2016). Theoretical and empirical foundations for ecotherapy. In M. Jordan & J. Hinds (Eds.), Ecotherapy: Theory, research and practice. Palgrave Macmillan.

  • Macy, J., & Brown, M. Y. (1998). Coming back to life. New Society Publishers.

  • Fine, A. H. (Ed.). (2019). Handbook on animal-assisted therapy (5th ed.). Academic Press.

Ricerche citate

  • Cooley, S. J., Jones, C. R., Kurtz, A., & Robertson, N. (2020). "Into the Wild": A meta-synthesis of talking therapy in natural outdoor spaces. Clinical Psychology Review, 77, 101841.

  • Hansen, M. M., Jones, R., & Tocchini, K. (2017). Shinrin-Yoku (Forest Bathing) and Nature Therapy: A State-of-the-Art Review. International Journal of Environmental Research and Public Health, 14(8), 851.

  • Li, Q. (2022). Effects of forest environment... Environmental Health and Preventive Medicine, 27, Article 27-43.

  • Forest Therapy Society (2025); Mazzoleni, E., et al. (2024). Forest Therapy Research in Europe. Forests, 15(5), 848.

  • Ghezzi, L., Danon, M., & Barbiero, G. (2025). Green Mindfulness: A systematic review. Visions for Sustainability, 24, 207–223.

  • de Bell, S., et al. (2024). Nature-based social prescribing programmes. Environment International, 190, 108801.

  • Tu, H. M. (2022). Effect of horticultural therapy on mental health. Journal of Psychiatric and Mental Health Nursing, 29(4), 603–615.

  • Mackay, C. M. L., & Schmitt, M. T. (2019). Do people who feel connected to nature do more to protect it? Journal of Environmental Psychology, 65, 101323.

Questa lista è in continua evoluzione: non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza. Se conosci libri, ricerche o contributi in lingua italiana sull'ecoterapia che pensi possano essere aggiunti, scrivimi: sarò felice di ampliare questa raccolta.

← Il mio viaggio verso l’ecopsicologia: Dalla psicoterapia transculturale alla psicologia climaticaCos’è l’ecopsicologia e perché è importante oggi →

Tel: +39 3889217640

Email: info@camillagamba.com

Offices in Milan, Italy:

  • Via Soave 24 (Università Bocconi) - MM3 Porta Romana

  • Galleria Strasburgo 3 (San Babila) - MM1 San Babila


🌍 About me

🌍 individual psychotherapy

🌍 couples therapy

🌍 fees

🌍 get in touch

🇮🇹 chi sono

🇮🇹 Psicoterapia individuale

🇮🇹 psicoterapia di coppia

🇮🇹 tariffe

🇮🇹 contattami

🌱 ecopsicologia e psicologia climatica

🌱 ecoansia

🌱 eventi, corsi e formazione

🌱 media, interviste e divulgazione

🌱 blog

 

studio psicologia dott.ssa camilla gamba
VIA FRANCESCO SOAVE 24, MILANO, IT

Ragione Sociale: Camilla Gamba
Partita Iva: 0811829096

+39 3756450221 | INFO@CAMILLAGAMBA.COM

informazioni legali
privacy policy & cookie policy

Photography provided by Neal Handloser, Robina Deming and unsplash.com
site design by a.j. slizeski