• 🌍 About Me
    • 🇮🇹 Chi Sono
    • Individual Therapy
    • Couples Therapy
    • Fees
    • FAQs
    • Psicoterapia Individuale
    • Terapia di Coppia
    • Tariffe
    • Domande Frequenti
    • Ecopsicologia
    • Eco-ansia
    • Eventi, Corsi e Formazione
    • Media, Interviste e Divulgazione
    • Risorse
  • 🪶 Blog
    • 🌍 Contact Me
    • 🇮🇹 Contattami
Menu

Dott.ssa Camilla Gamba

Street Address
City, State, Zip
Phone Number
psychologist / psychotherapist

Your Custom Text Here

Dott.ssa Camilla Gamba

  • About Me
    • 🌍 About Me
    • 🇮🇹 Chi Sono
  • 🌍 Psychotherapy
    • Individual Therapy
    • Couples Therapy
    • Fees
    • FAQs
  • 🇮🇹 Psicoterapia
    • Psicoterapia Individuale
    • Terapia di Coppia
    • Tariffe
    • Domande Frequenti
  • 🌱 Ecopsicologia
    • Ecopsicologia
    • Eco-ansia
    • Eventi, Corsi e Formazione
    • Media, Interviste e Divulgazione
    • Risorse
  • 🪶 Blog
  • Contact
    • 🌍 Contact Me
    • 🇮🇹 Contattami

Il mio viaggio verso l’ecopsicologia: Dalla psicoterapia transculturale alla psicologia climatica

August 28, 2026 Camilla Gamba

 

C’è stato un tempo in cui mi trovavo in equilibrio precario, con un piede goffamente piantato in ciascuno di due mondi: quello scientifico e quello indigeno. Poi ho imparato a volare, o almeno a provarci. Sono state le api a mostrarmi come muovermi tra fiori diversi, a raccogliere il nettare e il polline da entrambi. È la danza dell’impollinazione incrociata che può generare una nuova specie di conoscenza, un nuovo modo di stare al mondo. Dopotutto, non esistono due mondi: esiste una sola, buona, verde Terra.

Robin Wall Kimmerer, Braiding Sweetgrass (2013)

 

 

Questo articolo racconta il percorso che mi ha portata dalla psicologia transculturale all’ecopsicologia e alla psicologia climatica. Il filo conduttore è lo stesso processo psicologico applicato a due livelli diversi: prima l’integrazione dell’identità culturale — tra Italia e Stati Uniti — poi quella dell’identità ambientale, il rapporto interrotto e poi ricostruito con il mondo naturale. In entrambi i casi, il lavoro terapeutico è lo stesso: ricomporre pezzi di identità scissi in un insieme coerente, quella che in clinica transculturale chiamiamo identità espansa.

 

L’eco-risveglio

Il mio percorso da psicologa transculturale a ecopsicologa e psicologa climatica è partita da un eco-risveglio, quello che Pihkala definisce come una fase del processo attraverso cui la persona diventa più consapevole della crisi ecologica e del suo significato per la propria vita, aprendo anche a emozioni come ansia, dolore, rabbia e senso di perdita (Pihkala, 2022).

Il mio eco-risveglio non ha avuto nulla di romantico. È stato come avere una botola che si apre sotto i piedi e sentirsi in caduta libera verso l’abisso. Mai avrei pensato che quel momento, così doloroso e confusivo, avrebbe trasformato la mia vita professionale in maniera profonda.


La “separazione”

È stato un graduale ma inesorabile susseguirsi di eventi a portare all’apertura della botola.

Era il 2021, e il mondo era ancora sotto le grinfe della pandemia: più di un anno di lockdown in Italia, la possibilità di spostarsi ridotta al minimo e lo spazio all’aperto diventato l’unico spazio sicuro per interagire con altri esseri umani. Un anno di disorientamento, trauma e adattamento collettivo.

Quell’anno mia nonna, in pensione dal servizio forestale del New Mexico, aveva deciso di tornare a vivere in California, nella cittadina universitaria dove sono cresciuta, e appena revocati i divieti di viaggio internazionali sono volata in New Mexico per aiutarla con il trasloco.

Abbiamo fatto il viaggio via terra, attraversando l’intero stato della California da sud a nord nel mezzo dell’ennesima estate fitta di incendi boschivi. “Wildfires” li chiamano in inglese, incendi selvaggi, ribelli. Tutto il viaggio ad osservare il cielo grigio scuro, colline che bruciavano a destra e a sinistra, viste dall’autostrada. Così, chilometro dopo chilometro.

Nei giorni in cui aiutavo mia nonna a sistemarsi nella casa nuova dovevamo barcamenarci tra indicazioni e normative d’emergenza discordanti: il covid era ancora un rischio reale, quindi: “Non socializzare in spazi chiusi”. Ma, a causa della qualità dell’aria – così pessima che c’erano giorni in cui cascavano ceneri dal cielo, avevano annullato tutti gli eventi all’aperto e non si poteva sedere fuori al ristorante. Quindi: “State dentro con le finestre chiuse”.

Da più di un anno di lockdown a Milano aspettavo questo viaggio con grande anticipazione — prima era vietato viaggiare, ora finalmente potevo tornare a casa, vedere la mia famiglia, e godermi la mia California, che sin da piccola associavo al tempo passato all’aperto, a contatto con la natura.

E in questo stato di disorientamento e adattamento continuo, c’era un’aggravante importante: la consapevolezza che intere comunità ed ecosistemi stavano bruciando per tutta la lunghezza dello stato. Quando vedevo il cielo grigio e le ceneri cadere, non potevo non chiedermi da che cosa…o da chi… arrivasse quella cenere.

Sebbene cercavo di non pensarci e di godermi la mia estate, sapevo benissimo a cosa fossero dovuti quegli incendi — fin da quando ero piccola, crescendo in California, si parlava di cambiamento climatico (allora lo chiamavano “riscaldamento globale”). Sebbene non fosse nulla di nuovo, vederne le conseguenze lì, concrete, e non sotto forma di previsioni future astratte fatte da scienziati, era la conferma di qualcosa che temevo da sempre. “Oddio”, pensavo, “allora è tutto vero quello che dicevano. Il mondo sta per finire”.

E così, sentendo ogni giorno che passava il mio equilibrio psicologico vacillare, ho deciso di fare quello che avevo sempre fatto, quello che per me era sempre stato un metodo infallibile per “ricentrarmi”: sono andata a fare un’escursione nel bosco.

Ho cercato su Google Maps una zona senza incendi attivi, con qualità dell’aria accettabile.

Ne ho trovata una, sono salita in macchina, e dopo due ore, arrivata a destinazione, ho capito perché in quell’area non c’erano incendi in corso: la foresta dove mi ero prefissata di fare un giorno di trekking era bruciata completamente l’anno prima.

Mi sono incamminata lo stesso. Una foresta avvolta in un silenzio inquietante, al posto degli alberi i loro scheletri inceneriti. E nient’altro. Non stavo facendo un’escursione nel bosco. Stavo camminando in un cimitero.

È lì si è aperta la botola.

Dall’esterno non è cambiato nulla. Dopo quella gita le giornate sono andate avanti come se nulla fosse. Si è conclusa la vacanza e poi sono rientrata a lavoro a Milano. Dentro, però, ero completamente persa. Per la prima volta in vita mia, la strategia infallibile, quella a cui ricorrevo sempre quando i problemi sembravano troppo grandi, non aveva funzionato — ero andata a cercare sollievo immergendomi nella natura, ma la natura non c’era più. Era morta.

Solo molto più avanti avrei scoperto, con un certo stupore, che qualcuno aveva coniato un termine preciso per descrivere esattamente quella sensazione — cercare sollievo dove l’avevi sempre trovato, e non trovarlo più: solastalgia.

Da quel momento, una domanda ha iniziato ad attanagliarmi: Se non c’è più la possibilità di sollievo, che ne sarà di me? Che ne sarà di tutti noi?

Perché la sensazione era che la natura — di cui avevo tremendamente bisogno — stava morendo davanti ai miei occhi. E io non ci potevo fare nulla.

Nel corso del tempo, il crollo interno ha preso la forma di una depressione, avvolta dall’ansia per il futuro e mista al senso di totale impotenza.

Così ho deciso di cercare aiuto. D’altronde, sono psicologa, devo pur praticare quello che predico!

Avevo sentito il termine “eco-anxiety” mesi prima — per caso, parlando con una giovane donna indiana che mi aveva intervistata per un podcast sulla salute Mentale nel mondo. Non ci avevo dato molto peso: una parola tra tante, ascoltata e poi archiviata da qualche parte nella memoria. Ma quel giorno nella foresta-cimitero, mi è tornato in mente e l’ho digitato su Google.


Le guide, e i primi nomi dati all’esperienza

La ricerca mi portò a due nomi. Il primo fu Roger Duncan, ecoterapeuta nel Regno Unito, formato nella deep ecology. Il secondo fu Thomas Doherty, negli Stati Uniti — un punto di riferimento nel mondo della Psicologia Climatica che studia l’impatto del cambiamento climatico sulle persone.


scarica il glossario

📗 Se anche tu vuoi imparare il vocabolario dell’ecopsicologia, scarica il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica.


Iniziai a formarmi con entrambi. Col Dott. Duncan feci un percorso di ecoterapia, mentre col Dott. Doherty imparai i concetti della Psicologia Climatica e della Psicoterapia Climate-aware.

Fu con loro che cominciai a dare un nome – e un valore – a quello che stavo vivendo.

La prima cosa che imparai fu il vocabolario delle eco-emozioni: il dolore, il panico, perfino la profonda sensazione di aver perso l’unico posto in cui trovavo sollievo, avevano un nome, una letteratura, una legittimità clinica: eco-lutto, eco-risveglio, solastalgia. Non ero io pazza.

La seconda cosa che imparai fu leggere l’intera esperienza come un processo, non solo come una crisi isolata. Quell’esperienza acquisiva un senso se letta attraverso la lente dei riti di passaggio, concetto radicato nell’antropologia che è stata una delle grandi componenti della mia formazione in psicologia transculturale.

L’essere umano ha un bisogno profondo di comprendere il suo posto nel mondo, e i riti di passaggio assolvono proprio a questa funzione. I riti di passaggio servono agli individui per ristabilire e rafforzare la loro appartenenza alla rete della comunità e della vita. Senza questi riti c’è il rischio di smarrimento individuale e sociale.

In Occidente li abbiamo in gran parte persi — ma, come sostiene lo psicologo Bill Plotkin (2012), una person si può trovare inaspettatamente dentro un rito di passaggio, senza averlo cercato. Inizia da circostanze che ci portano a separarci dal mondo così come lo conosciamo, per poi varcare una soglia che ci porta nella dimensione “liminale”, dove si attraversa un periodo di smarrimento e trasformazione.

Tradizionalmente, i riti di passaggio seguono tre fasi: separazione, spazio liminale, ricongiunzione. È proprio questa mappa a renderli preziosi. Queste fasi, con l’aiuto di guide esperte che ti accompagnano, permettono di passare dallo “status quo”, allo smarrimento, alla trasformazione che permette di tornare alla vita con la consapevolezza giusta per comprendere il proprio ruolo nella “rete della vita” e offrire al mondo qualcosa di nuovo.

Nel mio caso, la fase di separazione era stata quel graduale sgretolarsi di ogni certezza — un anno e mezzo di pandemia, l’isolamento, l’impossibilità di viaggiare, e poi, finalmente, la presa di coscienza della scala della realtà della crisi eco-climatica.

La foresta-cimitero fu la soglia verso lo spazio liminale: il momento in cui quell’accumulo di ansia, tenuto in equilibrio precario, andò totalmente fuori asse. Da lì entrai, senza saperlo, nello spazio liminale, dove sarei rimasta per mesi.

Le eco-emozioni che provai in quello spazio— panico, dolore, ma anche una determinazione a capire e reagire — non erano un rumore di fondo da scansare per permettermi di fare una “vita normale”. Erano la bussola che mi indicava la direzione da prendere.

In questo viaggio, Roger e Thomas hanno avuto un ruolo fondamentale. Sono state le mie guide in un momento in cui ero persa. Avevo la bussola ma mi mancava la mappa.

Secondo René Kaës (2007) – tra gli autori principali del pensiero transculturale – una guida non è colei trasferisce nozioni. Il suo ruolo è accompagnare la trasformazione, contenendo l’inevitabile ansia che ne emerge, in modo che questa non travolga la persona.

Secondo un altro autore fondamentale, Georges Devereux (citato in Goussot, 2014), una guida è un “altro dialogico” — qualcuno che occupa una posizione diversa dalla propria, capace di riflettere ciò che a noi stessi è invisibile.

Roger e Thomas, in modi diversi, facevano esattamente questo: contenevano la mia ansia, e mi restituivano uno sguardo che io da sola non avrei potuto avere su me stessa e su quello che mi stava succedendo.

Fu lì, con loro e divorando tutte le letture che mi consigliavano, che iniziai il mio processo di trasformazione per arrivare a quella che nella clinica transculturale chiamiamo “identità espansa”.


Identità espansa

Per spiegare il concetto di identità espansa e il processo da cui deriva, faccio un passo indietro.

Anni prima, all’inizio del mio percorso di formazione in psicoterapia transculturale, dissi alla mia terapeuta che quando pensavo alla mia identità italo-americana, mi sentivo come un quadro di Picasso: pezzi diversi, prospettive multiple, forme incomplete, apparentemente slegate tra loro, che rendevano impossibile una visione coerente del quadro.

Insieme ci mettemmo al lavoro e passammo in rassegna tutti quei pezzi: quelli che mi erano sempre stati visibili e quelli che, in qualche modo, mi erano rimasti sconosciuti – il cosiddetto inconscio culturale. Con tutti i pezzi della mia identità culturale alla mano, lavorammo per comporli in un quadro coerente, autentico, totalmente originale in quanto derivava puramente dalla mia esperienza di vita unica e irripetibile.

Lavorammo anche sulle auto-censure – quei tratti che avevo inconsciamente imparato a nascondere o modellare per “appartenere” alla società in maniera mimetica. Chi passa costantemente da una cultura all’altra sa bene cosa intendo.

Questo lavoro – la base della terapia transculturale –mi aiutò a rimuovere le costrizioni inconsce e permettere alla mia identità di “espandersi”.

Da questo lavoro nacque la specificità della mia attività clinica: lavorare a Milano in lingua inglese con persone con identità culturali “multiple”. Molto di nicchia ma molto aderente alla mia storia.


Dall’identità culturale all’identità ambientale

Il mio eco-risveglio rappresentava l’opportunità di un’ulteriore iterazione dello stesso processo. Questa volta il focus non era più l’identità culturale intesa come nazionalità, ma l’aspetto più specifico dell’identità ambientale, quella che Susan Clayton definisce il senso di connessione con una parte dell’ambiente naturale che influisce sul modo in cui un individuo percepisce sé (Clayton 2003).

La prima cosa che feci fu riflettere sull’influenza del versante americano e di quello italiano sul mio rapporto con la natura, e su come la lingua ci offre degli indizi preziosi sul valore che una cultura da al mondo Naturale.

Mi tornarono in mente diversi episodi — piccoli, quasi comici col senno di poi. Come la volta in cui, tornata a Milano dopo essere cresciuta in California, vidi un cartello per “isola ecologica” e mi illuminai, pensando “Un’oasi naturale ai bordi di Milano!”. Seguendo i cartelli fino alla fine, arrivai – con grande disappunto – in una discarica.

Riflettei che”ecologico”, nel linguaggio civico Italiano, si è ridotto al concetto di infrastruttura di smaltimento rifiuti, svuotato di qualsiasi legame col concetto di “ecologia”: la varietà di forme di vita e il meraviglioso intreccio che unisce tutto quanto.

Queste differenze di parole sono significative. Trovo frustrante quando parlo in italiano non avere un modo per tradurre “wilderness” o “outdoor.” “Wilderness” non è solo natura selvaggia — è un sostantivo importante, un concetto specifico, carico di immaginario collettivo legato all’idea di vastità della Natura, radicato nella storia di un continente. L’italiano deve ricorrere a perifrasi — “natura selvaggia,” “aree incontaminate” — The Wilderness in Italia non esiste. Non è un vuoto di traduzione. È un vuoto concettuale.

E così come “Outdoors”: non è semplicemente “stare all’aria aperta.” In italiano, “outdoor” si dice, ma resta un termine commerciale — abbigliamento outdoor, attività outdoor, un settore di mercato. Negli Stati Uniti, invece, “the great outdoors” è quasi l’opposto: un ideale di autosufficienza, capace di vivere in sintonia con il mondo naturale, che si guadagna con l’esperienza, non con l’attrezzatura. E poi c’è “outdoorsy” — un aggettivo che in inglese descrive una persona in un colpo solo, mentre in italiano richiede sempre una perifrasi: “quella che ama andare in natura.”

Questo gap lessicale mostra che nella lingua italiana manca proprio il concetto per descrivere fenomeni che, nell’identità ecologica di una Californiana, sono fondamentali.

Ma anche il processo contrario – riflettere sul retaggio culturale Italiano e l’intraducibilità nella cultura americana. L’attaccamento alla terra, alle radici, ai luoghi. Il ciclo di coltivare quello che solo quel pezzo di terra può dare, con le sue specificità uniche: elementi che diventano gli ingredienti delle ricette locali e che abbondano sulle nostre tavole. Gli americani non hanno questo tipo di attaccamento alla terra. Oggigiorno, anche i Nativi stessi non abitano più le loro terre di origine. Pochissimi americani quindi vivono sulla stessa terra dei loro avi, e quindi, inevitabilmente, ne hanno un rapporto diverso, a differenza dell’Italia dove usi e costumi sono così radicati alla terra e alle identità regionali.


Ecopsicologia: le origini di una separazione culturale

Oltre le differenze tra cultura americana e cultura italiana, è stato anche importante riflettere in senso più generale, dei fenomeni culturali moderni. Leggendo Theodore Roszak — colui che coniò il termine “ecopsicologia” (Roszak, 1992) — riflettei a lungo sull’idea tipica del mondo contemporaneo occidentale dell’essere umano come specie separata dalla natura.

La mia formazione transculturale mi aveva già insegnato a riconoscere alcune grandi separazioni su cui l’Occidente costruisce il proprio modo di pensare: mente vs corpo, ragione vs emozione, individuo vs collettività, scienza vs intuizione. Roszak mi fece notare che a questo elenco, già così carico, mancava un’altra dimensione: la separazione uomo vs natura.

Intuitivamente, quella separazione non mi era mai appartenuta; però l’avevo accettata per anni come una verità condivisa a livello collettivo, mai messa in discussione. Così nel mio intimo mi vivevo intuitivamente connessa alla natura, sentendomi in conflitto con la “verità” culturale di essere qualcosa di “altro” rispetto alla natura.

In parallelo, lavoravo col dott. Doherty sulla psicologia climatica e sulla Climate Aware Therapy. Feci un deep dive in tutte le ramificazioni del cambiamento climatico e della crisi ecologica, comprendendo quanto i sistemi che la nostra società aveva costruito e che avevano portato a questa crisi derivavano proprio dall’impostazione di natura come “altra” rispetto alla società degli esseri umani

Capii quanto, dal punto di vista esistenziale, questa crisi ci stesse mettendo in una posizione complessa. Ci pone di fronte a una domanda alla quale stiamo collettivamente cercando una risposta: qual è il nostro ruolo rispetto ai fenomeni ecologici e climatici? Come individui e come collettività, qual è la nostra responsabilità? E come possiamo gestire l’enormità degli effetti di un pianeta che perde i suoi equilibri?

La bussola interna delle mie emozioni mi diceva che queste domande erano importanti, che non bisognava rifuggerle. Ma farlo non era facile. Gran parte di me era tentata di andare avanti come nulla fosse – come del resto sembravano fare gran parte delle persone che mi stavano attorno. Mi sembrava tutto troppo grande, troppo impossibile. Di fronte a questi problemi mi sentivo troppo piccola e impotente.

Lavorai molto per approfondire questi temi. Prima studiando la letteratura, e poi passando all’azione, cercando di fare rete e costruire comunità, capendo quali spazi di agency potevo mettere in atto, e sempre, quotidianamente, cercando la connessione con la natura.

Decisi che questo lavoro aveva un senso, e che nel mio “spazio di agency” poteva esprimersi attraverso le mie competenze, quelle di psicologa-psicoterapeuta.


scarica il glossario

📗 Se anche tu vuoi dare un nome a concetti come questo, il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica è un buon punto di partenza.


Perché una psicologa può parlare di clima e natura

Quando sentii che ero sufficientemente formata in ecopsicologia e psicologia climatica, decisi di provare a integrare queste discipline nella mia attività professionale.

Ma scoprii che c’era ancora del lavoro di transculturazione da fare. In questa fase, il lavoro era legato proprio alla mia identità professionale da psicologa appartenente a una comunità professionale in Italia.

Quattro pregiudizi interiorizzati, in particolare, mi si presentarono con chiarezza:

  1. La natura non è scientifica — e quindi non è professionale.

  2. Se parli di natura e benessere, rischi l’etichetta di “guru new age”, e perdi credibilità.

  3. Parlare di clima ti identifica come “estremista.”

  4. Se sei psicologo, non devi prendere posizioni su questioni politicizzate come il cambiamento climatico.

A ciascuno di questi, nel tempo, trovai una risposta:

Rispetto alla paura della “non scientificità” e della perdita di credibilità, mi hanno aiutata molto lo studio della letteratura scientifica e la collaborazione con ricercatrici e clinici di alto livello.

Esiste una mole enorme di ricerca, sia sugli effetti del contatto con la natura sul benessere, sia sulle conseguenze psicologiche dei cambiamenti climatici e della crisi ecologica. L’ecopsicologia, la psicologia climatica, e la psicologia ambientale sono ambiti di ricerca riconosciuti a livello internazionale: non me li stavo inventando io. Capii così che quella sensazione di stare entrando in un territorio poco scientifico non corrispondeva a un fatto, ma era in parte un bias culturale.

Ho quindi cercato di creare nuovo spazio per questi temi anche attraverso il mio lavoro di formatrice e divulgatrice in Italia, contribuendo a rendere più accessibili la ricerca e le conoscenze che già esistono.

In questo ho trovato una fantastica alleata, Lucia Tecuta, anche lei Italo-Americana, con cui portiamo avanti un processo di “traduzione” e divulgazione del materiale scientifico e della letteratura clinica proveniente dal mondo anglosassone per il pubblico italiano.

Il lavoro con Lucia e altri colleghi italiani e internazionali mi aiuta a sentirmi parte di una comunità che lavora con serietà scientifica e onestà intellettuale. Se anche si parla di natura e benessere, lo si può fare mantenendo alti gli standard della nostra professione.

Per quanto riguarda il timore di essere percepita come “politicizzata” o “estremista” per il lavoro sui temi eco-climatici, la formazione transculturale mi aveva già insegnato a stare nella tensione tra la missione dello psicologo — sostenere il benessere di individui e comunità — e le condizioni sociali e politiche che possono minarlo. Lavorando a lungo nel campo della migrazione avevo imparato che occuparsi di benessere significa inevitabilmente confrontarsi anche con la giustizia sociale. L’immigrazione, come il cambiamento climatico, è un tema fortemente politicizzato e polarizzato, sul quale vengono proiettate molte etichette. E questo può portare a considerare “politica” o “estremista” anche una posizione che nasce semplicemente dalla volontà di tutelare il benessere delle persone e delle comunità.

Il Codice Deontologico degli Psicologi ci richiama alla tutela della dignità, dell’autonomia e del benessere delle persone. Questo può diventare complesso quando il disagio psicologico è intrecciato con questioni sociali, ambientali o politiche: penso, per esempio, all’immigrazione e al cambiamento climatico, ma anche a temi fortemente politicizzati come i diritti delle persone LGBTQ+, i diritti riproduttivi, l’eutanasia o la povertà strutturale.

Applicai quindi alla psicologia climatica la lente del dovere deontologico: se il cambiamento climatico ha conseguenze sempre più evidenti sul benessere psicologico individuale e collettivo, occuparsi di queste conseguenze significa necessariamente confrontarsi anche con una realtà sociale e politica.

Ma questo non significa che lo psicologo debba diventare un attivista, né che debba imporre le proprie convinzioni politiche alle persone con cui lavora. Significa piuttosto riconoscere che la neutralità professionale e la neutralità politica non sono necessariamente la stessa cosa. Possiamo mantenere apertura, curiosità e rispetto per l’autonomia della persona, e allo stesso tempo riconoscere ciò che la ricerca ci dice sui determinanti sociali e ambientali della salute.

Questa tensione non è nuova. In diverse comunità professionali, soprattutto negli Stati Uniti, psicologi e psicoterapeuti discutono da anni dei confini tra neutralità professionale e responsabilità sociale, in particolare quando fenomeni politici e sociali hanno conseguenze dirette sulla salute mentale. I movimenti #MeToo e Black Lives Matter, le questioni migratorie e i diritti LGBTQ+ sono alcuni esempi recenti; anche in Italia la pandemia ha reso evidente quanto sia difficile separare nettamente salute mentale, condizioni sociali e decisioni politiche.

Per me, la transculturazione professionale ha significato anche questo: imparare a stare in questa complessità senza sentire di dover scegliere tra rigore scientifico e impegno per il benessere. Non dovevo diventare meno psicologa per occuparmi di clima. Dovevo piuttosto ampliare il modo in cui pensavo a cosa significa essere psicologa.


scopri le formazioni

🎓 Offro formazioni – anche accreditate ECM – per aiutare altri psicologi a orientarsi sui temi climatici nella propria pratica, con rigore scientifico e attenendosi al codice deontologico.


Il trauma inter-generazionale della separazione dalla natura

Dopo tutto questo lavoro, sentivo che c’era ancora un blocco. Qualcosa di profondo, una paura viscerale che andava oltre i bias e la paura di perdere credibilità. L’idea di espormi pubblicamente come “psicologa che si occupa di natura e benessere” mi terrorizzava, e non mi sapevo dare una risposta.

Poi mi sono imbattuta nel lavoro di Carolyn Merchant (1990) e altre autrici dell’ecofemminismo, e sono arrivata a un pensiero che non mi aspettavo: forse stavo vivendo i sintomi di un trauma inter-generazionale?

La caccia alle streghe in Europa fu un secolare attacco a donne spesso legate a saperi popolari sulla natura, le erbe, i cicli della terra, un rapporto diretto e non mediato con il mondo naturale. Nel mio percorso di studi transculturali avevamo lavorato molto sul fenomeno dei traumi inter-generazionali, dove anche dopo diverse generazioni — e spesso anche in assenza di racconti espliciti tra generazioni — si portano le tracce inconsce dei traumi vissuti dai propri antenati.

Così mi chiesi: tra le mie antenate, italiane e celtiche, quante erano state perseguitate, oppresse, o addirittura bruciate sul rogo proprio per questo — per il loro modo di vivere il contatto con la natura?

E se fossi portatrice non solo di un bias culturale contemporaneo, ma di un trauma inter-generazionale che mi spingeva a negare questa parte di me, perché percepita come potenziale minaccia alla mia sopravvivenza?

Non avrò mai una risposta a questa domanda, ma credo sia legittimo ipotizzare che il grande dramma che è stata la “caccia alle streghe” abbia lasciato dei segni che culturalmente ancora oggi portiamo, così come per qualsiasi altro fenomeno di culturicidio e oppressione di massa.

Ricongiunzione: costruire una comunità di ecopsicologia e psicologia climatica in Italia

E così ero pronta. Il processo di transculturazione completato, avevo messo insieme i pezzi, e nel frattempo mi ero trasformata.

Ma la ricongiunzione non fu un ritorno automatico.

Nei riti di passaggio, questa terza fase non consiste solo nel tornare da dove si era partiti: perché sia completa, richiede che la comunità riconosca e accolga il nuovo status di chi ritorna trasformato. Senza questo riconoscimento, la trasformazione rischia di restare sospesa — si può attraversare la soglia del ritorno alla collettività, ma rimanere bloccati in un senso di isolamento e inadeguatezza se manca una comunità pronta ad accogliere.

Questa accoglienza necessaria la trovai nella comunità internazionale di psicologi climatici ed ecopsicologi che avevo incontrato lungo il percorso: una comunità che riconosceva quella parte di me, quella nuova consapevolezza.

In Italia, la comunità legata all’ecopsicologia e psicologià climatica è ancora agli inizi. Insieme a Lucia Tecuta e ad altri colleghi e colleghe che ho incontrato lungo il percorso, stiamo lavorando per tessere una comunità che possa accogliere in questo senso.

Il lavoro sul Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica è un esempio di questo lavoro: abbiamo creato uno strumento che può essere utile da un punto di vista scientifico e didattico, ma che serve anche a dare un nome alle cose e aiutare a sentirsi “visti” e accolti da una comunità che parla un vocabolario condiviso.


media e interviste

🎙️ Racconto questo percorso anche attraverso interviste, podcast e altri contenuti divulgativi.→ Media e Divulgazione


Identità culturale, ambientale, professionale: la sintesi del mio percorso

Ecco quindi ricomposti tutti i pezzi di questo processo di transculturazione: quello culturale, tra italiana e americana; quello ambientale, tra un’identità ecologica californiana e una italiana; e quello professionale, tra il rigore clinico che mi ha formata e il coraggio di ampliare cosa significa essere psicologa, includendo anche la nostra relazione con la Natura e il modo di affrontare la sfida eco-climatica.

Psicologia transculturale ed ecopsicologia condividono la stessa struttura di fondo: entrambe lavorano sull’integrazione di identità inizialmente frammentate — culturali, nel mio percorso personale; ambientali, nella crisi ecologica che attraversiamo collettivamente. Il risultato non è tornare a uno stato precedente, ma comporre un’identità più ampia, capace di includere anche il nostro legame con la Natura.

Mi ritrovo a pensare al percorso della scienziata botanica, di origini native americane, con cui ho aperto questo articolo, e che racconta nel suo Braiding Sweetgrass (Kimmerer, 2013). Nel parlare del delicato intreccio tra sapere scientifico e sapere indigeno, Kimmerer parla di “istruzioni originali” — quel patrimonio che appartiene a tutta l’umanità, quel modo di stare nel mondo in relazione con le altre forme di vita. Non sono regole fisse, scrive: sono una bussola, non una mappa. La mappa la dobbiamo disegnare noi, ognuno a modo suo.

La mia bussola, oggi, punta verso questo lavoro: imparare a seguire la bussola dell’intuito e delle emozioni, e aiutare altre persone — nel privato, nel pubblico, nelle organizzazioni — a fare lo stesso, seguendo le “istruzioni originali” per creare ognuno la propria mappa.


chi sono

Se vuoi sapere altro sul mio percorso culturale e professionale, puoi consultare la home page del mio sito.


FAQ: Psicologia Transculturale ed Ecopsicologia


Cosa lega psicologia transculturale ed ecopsicologia?

Un possibile ponte tra le due è il processo di integrazione tra parti scisse o separate della propria identità. La psicologia transculturale aiuta a ricomporre un’identità culturale fatta di pezzi diversi — origini, lingue, appartenenze — in qualcosa di coerente. L’ecopsicologia fa qualcosa di molto simile con il nostro rapporto con la natura, quando questo si è interrotto o è andato in crisi. In entrambi i casi, il lavoro consiste nel ricomporre pezzi di identità che si erano frammentati, fino ad arrivare a quella che in clinica transculturale chiamiamo identità espansa.


Perché la cultura occidentale ha separato l’essere umano dalla natura?

Perché il pensiero occidentale moderno si è costruito attorno a una serie di grandi dicotomie — mente e corpo, ragione ed emozione, individuo e collettività, scienza e intuizione — a cui Theodore Roszak, il teorico che coniò il termine “ecopsicologia”, ha aggiunto la separazione tra essere umano e natura (Roszak, 1992). Una distinzione che si è affermata come “verità” culturale condivisa, anche quando entra in conflitto con l’esperienza intuitiva di sentirsi parte del mondo naturale.


Cos’è l’eco-risveglio e come si manifesta?

L’eco-risveglio può essere inteso come un processo di crescente consapevolezza del nostro legame con il mondo vivente e delle implicazioni emotive ed esistenziali di questa relazione. Per Bill Plotkin, riguarda soprattutto l’esperienza, anche corporea e profonda, di sentirsi parte della comunità della Terra; per Panu Pihkala, richiama il processo attraverso cui diventiamo consapevoli della crisi ecologica e delle emozioni che questa consapevolezza può suscitare.


Cosa c’entra la psicologia con natura e cambiamento climatico?

Molto più di quanto si pensi: l’ecopsicologia, la psicologia climatica e la psicologia ambientale sono ambiti di ricerca riconosciuti a livello internazionale, con una letteratura scientifica solida sia sugli effetti del contatto con la natura sul benessere, sia sulle conseguenze psicologiche della crisi climatica. Occuparsene non significa uscire dal perimetro della professione né avvicinarsi a posizioni “new age”: significa applicare alla pratica clinica una base di ricerca già esistente e consolidata, riconoscendo l’impatto reale che natura e cambiamento climatico hanno sulla salute mentale delle persone.


Cosa significa “identità ambientale” in psicologia?

L’identità ambientale è il senso di connessione con una parte del mondo naturale che influisce sul modo in cui una persona percepisce se stessa — un aspetto della propria identità tanto quanto lo sono la cultura, la nazionalità o l’appartenenza sociale (Clayton, 2003). Riconoscerla significa considerare il legame con la natura non come un tema accessorio, ma come una componente strutturale del benessere psicologico.


Cosa sono i riti di passaggio e cosa hanno a che fare con la crisi climatica?

I riti di passaggio sono un concetto radicato nell’antropologia: attraversano tre fasi — separazione, spazio liminale, ricongiunzione — e aiutano le persone a ristabilire il proprio posto nella rete della comunità e della vita. Applicata alla crisi climatica, questa lente permette di leggere l’eco-ansia e il dolore ecologico non come una crisi isolata da “risolvere” in fretta, ma come un processo di trasformazione. Un processo che diventa più completo quando viene attraversato insieme ad altri, in una comunità che possa accompagnare e accogliere chi lo vive, piuttosto che da soli.


Cos’è il trauma inter-generazionale legato alla separazione dalla natura?

È l’ipotesi, radicata negli studi transculturali sul trauma inter-generazionale, che le tracce inconsce di eventi traumatici vissuti dai propri antenati possano trasmettersi anche a distanza di generazioni, anche in assenza di racconti espliciti. Applicata al rapporto con la natura, questa lente invita a chiedersi se il disagio che molte persone provano nell’esporsi pubblicamente su temi legati a natura e ambiente non sia solo un bias culturale contemporaneo, ma porti anche il segno di fenomeni storici come la persecuzione di donne legate ai saperi popolari sulla natura, ad esempio nella caccia alle streghe in Europa (Merchant, 1990; Cianconi et al., 2023).


È compito dello psicologo occuparsi anche di giustizia sociale e ambientale?

Sì, nella misura in cui benessere psicologico e condizioni sociali sono strettamente connessi. Non significa necessariamente imporre le proprie convinzioni politiche a chi si ha in cura, ma riconoscere che i determinanti sociali e ambientali incidono concretamente sulla salute mentale delle persone — come discutono da anni comunità professionali in tutto il mondo, dai diritti civili a temi legati alla povertà e marginalizzazione. Restare in silenzio su questi temi è anch’esso una scelta, non una posizione neutrale: la neutralità professionale e la neutralità politica sono due cose distinte.


Cos’è la Climate Aware Therapy?

È un approccio terapeutico nato nell’ambito della psicologia climatica, che integra la consapevolezza dell’impatto psicologico del cambiamento climatico nella pratica clinica. Non è una tecnica a sé, ma una “lente” interpretativa: aiuta il terapeuta a riconoscere e accogliere emozioni come eco-ansia, eco-lutto e senso di impotenza di fronte alla crisi climatica, senza patologizzarle, e a lavorare con la persona per trasformarle in una risorsa piuttosto che in un blocco.


Cosa dice il Codice Deontologico degli Psicologi su temi sensibili come il cambiamento climatico?

Il Codice Deontologico degli Psicologi richiama alla tutela della dignità, dell’autonomia e del benessere delle persone. Quando il disagio psicologico è intrecciato con questioni sociali, ambientali o politiche — dall’immigrazione al cambiamento climatico, fino a temi come i diritti delle persone LGBTQ+, i diritti riproduttivi, l’eutanasia o la povertà strutturale — questo principio implica che occuparsene rientra nel mandato professionale, non lo eccede. Applicare la lente del dovere deontologico significa riconoscere che il benessere psicologico non si può separare dalle condizioni sociali e ambientali che lo influenzano.


scarica il glossario

📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.


📚 Letture di approfondimento


🇮🇹 In italiano

  • Cianconi, P., Janiri, L., Hanife, B., & Grillo, F. (2023). Cambiamento climatico e salute mentale. Dall'ecologia della mente alla mente ecologica. Raffaello Cortina Editore.

  • Goussot, A. (2014). L'approccio transculturale nella relazione di aiuto. Il contributo di Georges Devereux tra psicoterapia ed educazione. Aras Edizioni.

  • Inghilleri, P. (a cura di). (2009). Psicologia culturale. Raffaello Cortina Editore.

  • Kaës, R. (2007). Un singolare plurale. Quali aspetti dell'approccio psicoanalitico dei gruppi riguardano gli psicoanalisti? Borla.

  • Kimmerer, R. W. (2022). La meravigliosa trama del tutto: Saggezza indigena, conoscenza scientifica e gli insegnamenti delle piante. Mondadori. (Opera originale pubblicata nel 2013)

  • Merchant, C. (2022). La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica (L. Sosio, Trad.). Editrice Bibliografica. (Opera originale pubblicata nel 1980)

  • Plotkin, B. (2012). Soulcraft. Venexia. (Opera originale pubblicata nel 2003)

🌍 In inglese

  • Roszak, T. (1992). The Voice of the Earth: An Exploration of Ecopsychology. Simon & Schuster.

Ricerche citate

Pihkala, P. (2022). The process of eco-anxiety and ecological grief: A narrative review and a new proposal. Sustainability, 14(24), 16628.

Questa lista è in continua evoluzione: non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza. Se conosci libri, ricerche o contributi in lingua italiana sulla psicologia transculturale e l'ecopsicologia che pensi possano essere aggiunti, scrivimi: sarò felice di ampliare questa raccolta.

Ecoterapia: la natura è terapeutica →

Tel: +39 3889217640

Email: info@camillagamba.com

Offices in Milan, Italy:

  • Via Soave 24 (Università Bocconi) - MM3 Porta Romana

  • Galleria Strasburgo 3 (San Babila) - MM1 San Babila


🌍 About me

🌍 individual psychotherapy

🌍 couples therapy

🌍 fees

🌍 get in touch

🇮🇹 chi sono

🇮🇹 Psicoterapia individuale

🇮🇹 psicoterapia di coppia

🇮🇹 tariffe

🇮🇹 contattami

🌱 ecopsicologia e psicologia climatica

🌱 ecoansia

🌱 eventi, corsi e formazione

🌱 media, interviste e divulgazione

🌱 blog

 

studio psicologia dott.ssa camilla gamba
VIA FRANCESCO SOAVE 24, MILANO, IT

Ragione Sociale: Camilla Gamba
Partita Iva: 0811829096

+39 3756450221 | INFO@CAMILLAGAMBA.COM

informazioni legali
privacy policy & cookie policy

Photography provided by Neal Handloser, Robina Deming and unsplash.com
site design by a.j. slizeski