La crisi climatica è anche una questione psicologica
Siamo in un momento storico in cui la portata della crisi climatica è difficile da ignorare: eventi estremi sempre più frequenti, ecosistemi sotto pressione, allarmi scientifici che si susseguono da decenni e che oggi trovano conferma nei dati che osserviamo ogni giorno. Di fronte a questa realtà, discipline diverse — la scienza del clima, l’economia, la politica, l’ingegneria — si sono mobilitate per capire cosa sta succedendo e cosa si può fare. Tra queste, con crescente forza e determinazione, c’è anche la psicologia.
La psicologia climatica studia le dimensioni psicologiche della crisi eco-climatica: cosa ci fa, come la percepiamo, quali emozioni genera, e — soprattutto — cosa rende così difficile, per le persone e per le società, agire di fronte a un problema che conosciamo da tempo. Non è un campo nato di recente sull’onda dell’attenzione mediatica, ma un ambito di ricerca che affonda le radici in decenni di studio, come vedremo più avanti.
Se nel nostro articolo sulle eco-emozioni ci siamo concentrati sul mondo emotivo evocato dalla crisi climatica — ansia, lutto, rabbia, e le altre risposte che possiamo provare — qui lo sguardo si allarga: non solo cosa proviamo, ma anche cosa ci ostacola nell’agire, individualmente e collettivamente, e cosa può aiutarci a superare questi ostacoli.
Perché tutto questo conta, dal punto di vista psicologico? Perché la crisi eco-climatica non riguarda solo il pianeta: riguarda anche il modo in cui pensiamo, sentiamo, decidiamo e immaginiamo il futuro.
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Cambiamento climatico e crisi ecologica: di cosa parliamo in questo articolo
In questo articolo usiamo principalmente il termine “cambiamento climatico”, per rimanere in linea con il nome della disciplina — la psicologia climatica. Detto questo, il campo di studio è ampio: il fenomeno del cambiamento climatico si intreccia inevitabilmente con altre trasformazioni ecologiche e ambientali — inquinamento, perdita di biodiversità, distruzione degli habitat, e altre conseguenze delle attività umane sul pianeta.
Che cos’è la psicologia climatica
Perché la psicologia climatica è importante
Il cambiamento climatico viene generalmente trattato come una questione ambientale, scientifica, politica o economica. Sono le lenti attraverso cui più spesso viene raccontato, misurato e affrontato — e sono lenti necessarie. Ma c’è una dimensione che resta spesso sullo sfondo, ed è quella psicologica.
Questa dimensione conta per due ragioni distinte. La prima riguarda l’impatto: il cambiamento climatico non modifica solo gli ecosistemi, ma anche il modo in cui pensiamo, sentiamo e ci relazioniamo con noi stessi, con gli altri e con il mondo che ci circonda — un impatto trasversale, che tocca l’esperienza individuale e quella collettiva, e su cui torneremo più avanti. La seconda riguarda l’azione: comprendere gli ostacoli psicologici all’adattamento e alla mitigazione — perché sappiamo cosa fare, eppure spesso non lo facciamo, o lo facciamo con enorme difficoltà — è essenziale tanto quanto comprendere i dati scientifici o i meccanismi economici in gioco.
La psicologia climatica nasce proprio da questa doppia necessità: capire cosa la crisi climatica fa a noi, e capire cosa, dentro di noi, rende così difficile affrontarla.
Storia della psicologia climatica: una scienza decennale, non una moda recente
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la psicologia climatica non è un campo nato di recente sull’onda dell’attenzione mediatica per la crisi climatica. Le sue radici affondano in decenni di ricerca.
Le basi si trovano nella psicologia ambientale degli anni Sessanta e Settanta, che già studiava come gli ambienti fisici influenzano le persone e come le persone si comportano nei confronti dei propri ambienti. Tra gli anni Settanta e Novanta, i ricercatori hanno iniziato a chiedersi perché la conoscenza dei problemi ambientali non si traduca automaticamente in comportamento, portando concetti come valori, atteggiamenti, motivazione, percezione del rischio e distanza psicologica dentro la ricerca ambientale.
Tra gli anni Novanta e Duemila, con il progressivo affermarsi del cambiamento climatico come minaccia ambientale globale, questi strumenti psicologici hanno iniziato a essere applicati in modo specifico a percezione del rischio climatico, comunicazione, diniego e cambiamento comportamentale. Negli anni Duemila la domanda si allarga ulteriormente: non solo perché le persone agiscono o non agiscono di fronte al cambiamento climatico, ma cosa il cambiamento climatico stesso fa al benessere psicologico — stress, ansia, trauma, lutto, spostamento, disgregazione delle comunità.
Il momento in cui la psicologia climatica smette di essere una raccolta di temi di ricerca sparsi e diventa un campo interdisciplinare riconoscibile è probabilmente il 2008-2009, quando l’American Psychological Association convoca la sua Task Force on the Interface Between Psychology and Global Climate Change, il cui report — pubblicato nel 2009 — riunisce ricerca su percezioni climatiche, comportamento, impatti psicosociali, adattamento, mitigazione e ostacoli all’azione. Tra i membri di quella task force c’era anche Thomas Doherty, con cui mi sono formata in Psicologia Climatica e Climate Aware Therapy. Nel 2011, il numero speciale di American Psychologist dedicato a “Psychology and Global Climate Change” consolida questo lavoro, con contributi dedicati a impatti psicologici, coping e adattamento, ostacoli comportamentali, comprensione pubblica e mitigazione (Doherty & Clayton, 2011).
Negli anni Dieci, la dimensione emotiva diventa sempre più centrale: il campo si sposta oltre “percezione del rischio” e “cambiamento comportamentale” verso la relazione emotiva delle persone con il cambiamento climatico — ansia, lutto, rabbia, colpa, impotenza, speranza, significato. È qui che nasce, propriamente, la letteratura contemporanea sulle eco-emozioni. Allo stesso tempo, ricercatori come Susan Clayton e Thomas Doherty contribuiscono ad articolare non solo gli impatti psicologici del cambiamento climatico, ma anche le implicazioni per il coping e per la pratica clinica — spostando la domanda da “come portiamo le persone a rispondere al cambiamento climatico?” a “come sosteniamo le persone che ne sono psicologicamente colpite?”
Di cosa si occupa la psicologia climatica
La psicologia climatica studia le dimensioni psicologiche del cambiamento climatico su più fronti insieme: come lo percepiamo, quali emozioni genera, quali comportamenti favorisce o ostacola, e come possiamo sostenere adattamento e mitigazione tenendo conto di come funziona la mente umana — individuale e collettiva.
Non si tratta quindi solo di studiare ansia climatica, lutto ecologico o le altre eco-emozioni, per quanto siano una parte importante del campo. Si tratta anche di capire cosa rende difficile agire di fronte a una crisi che conosciamo, di sostenere chi ne è colpito direttamente, e di offrire strumenti — a professionisti della salute mentale, ma anche a comunicatori, istituzioni e chi si occupa di policy — per affrontarla con maggiore consapevolezza psicologica.
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L’impatto psicologico del cambiamento climatico sull’individuo
Eco-emozioni e crisi climatica: un riassunto
Di fronte alla crisi eco-climatica, le persone sviluppano un ampio ventaglio di risposte emotive — le cosiddette eco-emozioni: ansia climatica ed eco-ansia , ecolutto, solastalgia, rabbia, senso di colpa, tra le altre. Ne abbiamo parlato in modo approfondito nell’articolo dedicato alle eco-emozioni , a cui rimandiamo per una trattazione completa di ciascuna di queste esperienze. Qui interessa piuttosto capire come inquadrarle: cosa distingue un’emozione, per quanto intensa, da una sofferenza più strutturata, e quando quest’ultima richiede un’attenzione clinica.
Emozioni, distress e disturbi clinici: una distinzione necessaria
Non tutte le risposte psicologiche alla crisi climatica sono equivalenti, ed è utile distinguere almeno tre livelli.
Le eco-emozioni, di per sé, sono risposte comprensibili e spesso adattive: segnalano che qualcosa a cui teniamo è minacciato, e possono motivare attenzione, cura, azione. Quando queste emozioni diventano persistenti, pervasive o iniziano a interferire con la vita quotidiana — il sonno, le relazioni, la capacità di funzionare — si parla piuttosto di distress: una sofferenza più strutturata, che merita attenzione ma non necessariamente un intervento clinico. Il terzo livello riguarda i disturbi clinici veri e propri, che possono svilupparsi in seguito a esposizione diretta a eventi climatici estremi — un caso rilevante è il trauma.
Il trauma legato alla crisi climatica può essere sia individuale sia collettivo. Individuale, quando una persona vive direttamente un evento estremo — un’alluvione, un incendio, la perdita della propria casa. Collettivo, quando è un’intera comunità a essere colpita, e la rottura riguarda non solo le singole persone ma anche le reti sociali, i legami con il territorio, il senso di sicurezza condiviso. Questo è anche il territorio della psicologia dell’emergenza, un campo molto attivo in Italia, che si occupa proprio di supportare individui e comunità nell’immediato e nel lungo periodo dopo eventi critici.
Dalla dimensione individuale a quella collettiva
Riconoscere e accogliere queste emozioni — senza patologizzarle, ma anche senza sottovalutare quando diventano sofferenza clinica — è un primo passo necessario. Ma fermarsi qui rischia di lasciare le persone da sole con la propria esperienza emotiva, oppure bloccate in inazione o disimpegno, come se il problema si esaurisse a livello individuale.
La psicologia contemporanea occidentale ha sviluppato numerosi modelli fondamentali per comprendere il funzionamento individuale — pensieri, emozioni, comportamenti, storia personale, processi relazionali — e questi strumenti restano essenziali, soprattutto nella cura clinica. Tuttavia, la crisi eco-climatica richiede anche l’integrazione di prospettive capaci di considerare le connessioni tra persona, comunità, cultura, sistemi sociali ed ecosistemi: le esperienze psicologiche non emergono mai isolate dal contesto. Il modo in cui una persona vive la crisi eco-climatica dipende dalla propria storia individuale, ma anche dal luogo in cui vive, dalle condizioni sociali, dalla cultura di appartenenza, dalle relazioni comunitarie e dal rapporto del proprio contesto con il territorio.
La crisi climatica, dunque, non è solo un’esperienza che attraversiamo singolarmente: è anche — e soprattutto — una sfida collettiva, che richiede risposte che vadano oltre il singolo individuo.
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Il cambiamento climatico come sfida collettiva
Adattamento e mitigazione al cambiamento climatico
Di fronte alla crisi climatica, le risposte si dividono generalmente in due categorie: l’adattamento e la mitigazione.
Adattarsi significa cambiare il modo in cui viviamo per far fronte a un clima che è già cambiato, e che continuerà a cambiare. A livello macro, questo si traduce in sistemi di allerta per alluvioni e ondate di calore, edifici più sicuri nelle zone a rischio, quartieri con più alberi e ombra, urbanistica pensata per un clima diverso. Ma l’adattamento passa anche attraverso scelte quotidiane e individuali, che dipendono sia dal territorio in cui si vive sia dal tipo di attività lavorativa che si svolge. Da un lato, ci sono le risposte legate agli eventi estremi tipici della propria zona geografica: riorganizzare le proprie giornate nelle ondate di calore, preparare un piano di evacuazione in zone soggette a incendi o uragani, sapere cosa fare in caso di allerta alluvione. Dall’altro, c’è l’impatto sul lavoro: non solo l’esposizione diretta di chi lavora all’aperto — in agricoltura, in edilizia — ma anche il rischio che un’intera attività economica venga danneggiata dagli effetti del cambiamento climatico, come nel caso di un’azienda agricola colpita da siccità o eventi estremi, o di un’attività turistica legata a stagioni — neve, mare — sempre più incerte. A questo si aggiunge l’attenzione verso chi, in famiglia o nel vicinato, è più vulnerabile — anziani, bambini piccoli, persone con condizioni di salute fragili. Dal punto di vista psicologico, adattarsi richiede qualcosa di non scontato: trovare un senso di stabilità e di controllo dentro un mondo che cambia sotto i nostri occhi.
Mitigare significa invece agire per ridurre le cause del cambiamento climatico — le emissioni che continuano ad alimentarlo. A livello macro, questo significa la transizione verso fonti di energia rinnovabile, politiche di trasporto pubblico e infrastrutture ciclabili, regolamentazioni sulle emissioni industriali. A livello individuale, si traduce in scelte come spostarsi in bicicletta o con i mezzi pubblici invece che in auto, ridurre il consumo di carne e latticini, isolare meglio la propria casa, limitare gli sprechi energetici. Sono scelte che toccano la vita di tutti i giorni — ed è proprio per questo che non sono mai solo pratiche, ma anche abitudini, identità, appartenenze. Cambiarle può generare resistenza, non per pigrizia, ma perché tocca corde più profonde di quanto sembri.
In entrambi i casi, però, è importante non caricare il singolo individuo di una responsabilità che non gli appartiene per intero: un eccesso che rischia solo di generare senso di colpa o impotenza, distogliendo lo sguardo dal ruolo che hanno i sistemi economici e politici. Allo stesso tempo, le azioni individuali non bastano da sole: per essere davvero efficaci, devono muoversi insieme alle azioni macro — politiche, infrastrutturali, economiche — di cui fanno parte, non in loro sostituzione. Adattamento e mitigazione restano, alla radice, sfide collettive — e le comunità che hanno contribuito meno al problema sono spesso quelle che ne pagano il prezzo più alto, con meno risorse per potersi adattare.
Ostacoli al cambiamento climatico: perché è difficile agire
Sapere cosa fare non basta a garantire che venga fatto. Gli ostacoli all’azione climatica sono di natura diversa tra loro, e non tutti sono, in senso stretto, psicologici: alcuni sono strutturali, ancora prima di essere personali. Vale la pena distinguerli, perché richiedono risposte diverse.
Ostacoli economici e politici al cambiamento climatico
Gran parte degli effetti del cambiamento climatico, delle possibilità di adattamento e delle strategie di mitigazione sono determinati da politiche pubbliche, infrastrutture e scelte economiche. Per questo la psicologia climatica deve necessariamente dialogare con le discipline che studiano i fenomeni economici e politici. Questo significa anche riconoscere il ruolo degli interessi economici consolidati — in particolare quelli legati all’uso dei combustibili fossili — che possono rallentare o ostacolare l’azione climatica a livello politico e istituzionale, anche attraverso disinformazione, diniego esplicito o quella che viene definita “omertà climatica”.
Questi ostacoli hanno però anche una dimensione psicologica. La psicologia climatica studia infatti ciò che accade alle persone quando percepiscono una distanza tra ciò che sarebbe necessario fare per affrontare la crisi e ciò che le istituzioni, le organizzazioni e la società stanno effettivamente facendo. Possono emergere sentimenti di impotenza, rabbia, frustrazione, tradimento o moral injury, soprattutto quando le persone sentono che chi avrebbe la responsabilità di proteggerle non sta agendo in modo coerente con ciò che sa essere necessario. Queste esperienze possono essere particolarmente rilevanti per le generazioni più giovani, che dovranno convivere più a lungo con le conseguenze delle decisioni prese oggi.
C’è inoltre da rimarcare che il fenomeno climatico è particolarmente complesso. Il cambiamento climatico può essere considerato un “wicked problem”, un termine introdotto da Horst Rittel e Melvin Webber negli anni Settanta per descrivere problemi complessi, interconnessi e privi di una soluzione unica o definitiva. Affrontarlo richiede quindi di tenere insieme livelli diversi — psicologico, sociale, economico, politico ed ecologico — senza ridurre il problema a una sola dimensione.
Questa complessità ha conseguenze psicologiche sia per chi deve prendere decisioni sia per chi ne vive le conseguenze. Per i decisori, significa confrontarsi con sistemi che eccedono la capacità individuale di comprenderne e prevederne tutte le interazioni: si tratta di problemi globali, intergenerazionali, con conseguenze che si manifestano su tempi e scale molto diversi tra loro — una complessità che la mente umana fatica a cogliere in modo intuitivo. In condizioni di tale complessità possono entrare in gioco sovraccarico cognitivo, incertezza, difficoltà nel valutare i rischi e nel prendere decisioni i cui costi e benefici saranno distribuiti nel tempo e tra popolazioni diverse.
Dall’altra parte ci sono le persone che vivono gli effetti di queste decisioni — o della loro assenza. Per loro, la complessità può tradursi in incertezza, perdita di controllo e difficoltà a fidarsi del fatto che le istituzioni siano in grado di proteggerle e di garantire condizioni di sicurezza e continuità della vita.
Ostacoli psicologici al cambiamento climatico
Accanto a questi ostacoli strutturali e sistemici, gli individui restano comunque protagonisti — nelle proprie scelte quotidiane, nella partecipazione collettiva, nella pressione che possono esercitare su istituzioni e organizzazioni. Ma anche a questo livello si incontrano ostacoli, questa volta di natura più propriamente psicologica.
Il primo riguarda le forme protettive che la mente mette in campo di fronte a una minaccia difficile da reggere in modo costante: il diniego, che può assumere forme diverse — dal negare l’esistenza del problema al minimizzarne la gravità o la propria responsabilità; il disimpegno, che può nascere da sfiducia, esaurimento emotivo o dalla sensazione che il proprio contributo non conti nulla di fronte a un problema globale; la paralisi, quando la portata della crisi genera un blocco che impedisce qualsiasi azione, anche quella alla propria portata. Non sono segni di indifferenza, ma tentativi — spesso inconsapevoli — di proteggersi da un livello di minaccia percepito come ingestibile.
Il secondo riguarda la difficoltà della transizione culturale. Molti dei cambiamenti richiesti dall’adattamento e dalla mitigazione toccano abitudini profondamente radicate nell’identità e nella cultura — cosa mangiamo, come ci spostiamo, come viviamo il tempo libero. Cambiare queste pratiche può generare una forte ambivalenza — “vorrei cambiare, ma è difficile” — non per mancanza di volontà, ma perché mettono in discussione appartenenze, tradizioni e un senso di sé costruito nel tempo.
Questa ambivalenza culturale si inserisce in un quadro più ampio: la crisi eco-climatica non viene vissuta, interpretata o compresa allo stesso modo ovunque. Gli esseri umani attribuiscono significato agli eventi attraverso sistemi culturali, valori, memorie collettive e visioni del mondo — comprese, per alcune comunità, convinzioni spirituali e religiose che influenzano il modo in cui si interpreta il rapporto tra esseri umani, natura, responsabilità e futuro. Per alcune persone e comunità, la crisi eco-climatica viene compresa principalmente attraverso l’esperienza diretta di eventi estremi o trasformazioni ambientali. In altri contesti, le conseguenze ecologiche sono intrecciate con storie di colonialismo, imperialismo, sfruttamento delle risorse ed estrattivismo, che continuano a influenzare il modo in cui diverse comunità vivono, interpretano e affrontano la crisi eco-climatica — un tema approfondito nell’articolo dedicato alle eco-emozioni [→ link all’articolo Eco-ansia ed Eco-emozioni]. Una psicologia climatica attenta alla dimensione culturale deve quindi evitare di imporre una sola interpretazione universale, e riconoscere che le persone non incontrano mai questa realtà complessa in modo neutro: la elaborano sempre attraverso storie, valori, identità e sistemi di significato — un’ambivalenza che si somma, e talvolta si intreccia, con quella legata al cambiamento delle proprie abitudini.
Questi meccanismi — proteggersi dalla minaccia, resistere al cambiamento identitario — non nascono nel vuoto: possono essere accentuati, o al contrario attenuati, dal modo in cui la crisi climatica viene comunicata. Una comunicazione che punta soprattutto sulla paura, che colpevolizza o che semplifica eccessivamente rischia di rinforzare proprio i meccanismi di difesa appena descritti — diniego, disimpegno, paralisi — invece di aiutare le persone ad attraversarli.
Ostacoli comunicativi: quando l’informazione non aiuta
Oltre alla disinformazione e all’omertà climatica di cui abbiamo già parlato, esistono altre forme di comunicazione che, pur diverse tra loro, contribuiscono a ostacolare — invece che favorire — l’adattamento e la mitigazione.
Una prima forma è la comunicazione costruita per spostare il focus sulla responsabilità individuale, alleggerendo quella dei soggetti che hanno un ruolo strutturale nella crisi. Un esempio spesso citato è la diffusione del concetto di “impronta di carbonio” (carbon footprint), reso popolare da una campagna di comunicazione di un’importante compagnia petrolifera negli anni Duemila: uno strumento che, presentato come un modo per calcolare il proprio impatto individuale, ha contribuito a spostare l’attenzione pubblica dalle responsabilità industriali a quelle dei singoli consumatori. L’effetto psicologico di questo tipo di comunicazione è spesso un senso di colpa individuale sproporzionato rispetto alla reale possibilità di incidere sul problema.
Una seconda forma è la comunicazione volutamente sensazionalistica e allarmistica, costruita per generare clic e attenzione più che comprensione — titoli come “l’apocalisse climatica è vicina”, o affermazioni provocatorie come “a Pasqua mangeremo grilli al posto dell’agnello”. Questo tipo di comunicazione può produrre un doppio effetto negativo: da un lato il sovraccarico emotivo di cui abbiamo parlato — l’impressione di una minaccia talmente enorme da risultare paralizzante; dall’altro, un rifiuto delle stesse strategie di adattamento e mitigazione, percepite come un attacco alle proprie abitudini e alla propria identità culturale, più che come proposte da valutare nel merito.
Questo meccanismo è aggravato da un fattore psicologico: di fronte a paura e incertezza, la mente tende a cercare più informazioni possibile, nel tentativo di riprendere controllo su ciò che minaccia. Ma quando questa ricerca incontra algoritmi che premiano proprio i contenuti più sensazionalistici, il risultato può essere un vero e proprio tunnel di notizie allarmistiche — il cosiddetto doomscrolling — in cui la persona resta intrappolata per ore, sottraendo tempo alla cura di sé e ad azioni realmente costruttive.
Una terza forma, meno evidente ma altrettanto rilevante, è la comunicazione onesta e ben intenzionata che però non riesce a tradurre fenomeni complessi per un pubblico con background, culture e livelli di familiarità con il tema molto diversi tra loro. Informare correttamente non basta, se il messaggio non arriva davvero a chi lo riceve: anche la comunicazione più accurata può fallire il proprio obiettivo se non tiene conto di chi ha dall’altra parte.
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Come la psicologia climatica aiuta a superare gli ostacoli
Uno dei vissuti più frequenti davanti alla crisi eco-climatica è il senso di impotenza: la percezione che la portata del problema sia così ampia e complessa da rendere irrilevante qualsiasi azione individuale. È un vissuto comprensibile — la crisi eco-climatica coinvolge sistemi globali, processi storici, interessi economici e decisioni politiche che superano ampiamente la possibilità di controllo della singola persona, come abbiamo visto parlando degli ostacoli economici e politici. Ma quando il senso di impotenza diventa l’unica lente attraverso cui guardare la realtà, può portare a disconnessione, evitamento o rinuncia alla partecipazione — alimentando proprio i meccanismi di difesa descritti sopra. È qui che la psicologia climatica può offrire un contributo concreto: non eliminare la complessità del problema, ma aiutare a ritrovare, dentro quella complessità, uno spazio reale di capacità di agire.
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Intervento sugli individui: dal supporto psicologico alla terapia Climate-aware
Il contributo della psicologia climatica al lavoro con le persone si muove su tre livelli distinti, che vale la pena distinguere.
Il primo livello è la ricerca sui fenomeni psicologici: capire come si manifesta il distress climatico, e soprattutto chi è più esposto. Alcune categorie sono particolarmente a rischio: i giovani e le nuove generazioni, che dovranno convivere più a lungo con le conseguenze delle decisioni prese oggi; chi vive direttamente eventi climatici estremi — alluvioni, ondate di calore, incendi; chi lavora in settori professionalmente esposti alla crisi, come l’agricoltura o il soccorso; e chi, per lavoro o impegno personale, è immerso quotidianamente nei dati e nelle notizie sulla crisi climatica — scienziati, giornalisti ambientali, attivisti — spesso a rischio di esaurimento emotivo o di moral injury. Identificare chi è più a rischio è un passaggio necessario per poter indirizzare, in modo mirato, risorse di prevenzione e di sostegno.
Il secondo livello è la ricerca su cosa funziona davvero per sostenere le persone. Diversi studi in psicologia climatica hanno individuato alcuni fattori che aiutano concretamente a ridurre il disagio:
• prendersi cura di sé e della propria comunità (self care e community care);
• poter parlare apertamente delle proprie emozioni, senza sentirsi giudicati o esagerati;
• fare parte di un gruppo o di una comunità che condivide la stessa preoccupazione;
• trovare uno spazio concreto di azione — tanto più efficace quanto più è condiviso, svolto in gruppo;
• trascorrere tempo in natura.
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Affrontare bene il distress individuale non è quindi solo una questione di cura del singolo: rafforza anche agency, resilienza e partecipazione attiva nella propria comunità — contribuendo, in questo modo, anche alla sfida collettiva.
Inoltre, quando il supporto del singolo include interventi di ecoterapia [→ link all’articolo Ecoterapia], si allarga ulteriormente la panoramica a sostegno del legame tra persona e Natura, in una forma di intervento che potremmo chiamare “ecoterapia climate-aware”.
Un rischio possibile, quando si parla di impatti psicologici della crisi eco-climatica, è concentrarsi esclusivamente sulla riduzione del disagio. La cura psicologica ha certamente il compito di accompagnare la sofferenza quando questa diventa significativa. Un buon accompagnamento, però, può fare di più: aiutare le persone a rimanere in relazione con una realtà difficile senza esserne sopraffatte, rafforzando non solo la resilienza psicologica individuale, ma anche il senso di efficacia, l’agency, la connessione con gli altri e la possibilità di partecipazione. Non perché la terapia debba orientare le persone verso specifiche azioni o posizioni, ma perché il benessere psicologico è anche legato al sentirsi parte di una rete di relazioni e all’avere un ruolo significativo nel mondo.
Il terzo livello è l’applicazione clinica di questa conoscenza. Un approccio climate-aware significa integrare la consapevolezza della crisi eco-climatica nel lavoro psicologico, riconoscendo che il contesto ecologico e sociale in cui le persone vivono può influenzare emozioni, senso di futuro, relazioni, scelte e benessere psicologico. Non significa attribuire automaticamente ogni difficoltà personale alla crisi climatica, né trasformare ogni percorso terapeutico in un lavoro sul clima: significa piuttosto sviluppare la capacità di riconoscere quando questa dimensione è presente nell’esperienza della persona, e considerarla parte del contesto più ampio in cui emerge la sofferenza. Il climate-aware non è una tecnica terapeutica né una specializzazione chiusa, ma una lente attraverso cui guardare il lavoro clinico: non sostituisce i modelli terapeutici esistenti, ma può integrarli, dialogando con diversi orientamenti psicologici e mantenendo attenzione alla storia individuale della persona, alle sue risorse, alle sue relazioni e al contesto in cui vive. La Climate Aware Therapy traduce questi principi in pratica terapeutica concreta, offrendo uno spazio dove elaborare il distress climatico senza patologizzarlo.
Questa conoscenza non riguarda solo la pratica clinica: può essere utile anche a chi lavora in ambito sanitario, educativo, comunicativo e istituzionale — un potenziale che vale la pena esplorare oltre il singolo intervento terapeutico.
Comunicazione efficace: giornalismo e comunicazione istituzionale
Se la comunicazione manipolatoria, allarmistica o mal tradotta può alimentare disimpegno, sfiducia o paralisi, sappiamo anche cosa può funzionare nella direzione opposta: una comunicazione che informa senza sopraffare, e che lascia spazio all’agire.
Un esempio concreto viene dal solutions journalism, un approccio giornalistico che non si limita a descrivere un problema, ma indaga le risposte concrete che vengono messe in campo per affrontarlo — chiedendosi cosa funziona, perché, e a quali condizioni. Non si tratta di buone notizie o di comunicazione promozionale: gli stessi criteri di rigore applicati alla descrizione dei problemi vengono applicati anche alle soluzioni, esaminandone limiti, fallimenti e conseguenze impreviste. Secondo il Solutions Journalism Network, che ha contribuito a definire e diffondere questo approccio, si tratta di un giornalismo rigoroso su risposte a problemi sociali, che si concentra su cosa funziona — o promette di funzionare — e spiega come e perché.
Questo tipo di comunicazione non serve solo a informare meglio: aiuta le persone a distinguere un intervento che sembra promettente da uno che ha davvero dimostrato risultati, e restituisce un quadro più completo della realtà, in cui il problema non oscura la possibilità di agire. È anche, in questo senso, un contributo alla partecipazione democratica: comprendere cosa sta funzionando, e con quali limiti, permette alle persone di orientarsi meglio di fronte a questioni complesse.
La stessa logica può valere oltre il giornalismo, per la comunicazione istituzionale e organizzativa. Chi comunica per conto di aziende, enti pubblici o organizzazioni — su iniziative di sostenibilità, politiche climatiche, progetti di transizione ecologica — può scegliere di raccontare non solo l’urgenza del problema, ma anche cosa si sta facendo, cosa funziona, e quali sono i limiti reali di ogni intervento. È una scelta che richiede rigore, non marketing: mostrare risultati concreti, riconoscere ciò che ancora non funziona, evitare promesse vaghe o autocelebrative.
Comunicare bene, in questo senso, non è solo una competenza tecnica: è anche una responsabilità condivisa. Che si tratti di giornalismo o di comunicazione istituzionale, chi comunica la crisi eco-climatica ha un ruolo nel decidere se alimentare disimpegno o agency, cinismo o partecipazione. Una comunicazione efficace ed etica non nasconde la gravità della crisi, ma la racconta in un modo che lascia spazio a comprensione, responsabilità e azione condivisa.
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Condivisione con istituzioni e organizzazioni per la transizione ecologica
Il terzo contributo della psicologia climatica riguarda ciò che si può condividere con chi ha il potere di intervenire sulle condizioni sistemiche — istituzioni, organizzazioni, aziende, enti pubblici. Qui il contributo si muove su due piani paralleli, a seconda che manchi o meno un reale riconoscimento del problema.
Non si può portare avanti determinate attività umane come se non avessero un impatto sull’ambiente, come se attività umana e mondo naturale fossero tra loro scollegati. Un processo di transizione ecologica con misure di adattamento e mitigazione efficaci non può prescindere da un cambio di approccio sociale e culturale. È un tema caro all’ecopsicologia, che da tempo indica in questa separazione — pensare la natura come qualcosa di esterno, e dunque non di propria responsabilità — una delle radici culturali della crisi ecologica — un tema che approfondisco nell’articolo dedicato all’ecopsicologia [→ link all’articolo Ecopsicologia]. Sono proprio i sistemi e le culture organizzative ancorati a questa visione ad aver reso possibile esternalizzare i costi ecologici delle proprie decisioni, rallentando oggi il cambiamento necessario. Qui il contributo della psicologia climatica è portare questa consapevolezza nel dialogo con istituzioni e organizzazioni, rendendo esplicito ciò che spesso resta implicito nelle loro pratiche e decisioni.
Il secondo piano riguarda invece i contesti in cui la responsabilità viene riconosciuta, e la domanda diventa: come si implementa davvero un cambiamento così complesso? Come abbiamo visto parlando degli ostacoli economici e politici, il cambiamento climatico è un “wicked problem” — un problema che richiede di tenere insieme livelli diversi (psicologico, sociale, economico, politico, ecologico) senza poterlo ridurre a uno solo. Per questo l’approccio della psicologia climatica è, per sua natura, aperto alla collaborazione con altre discipline: nessun singolo ambito può bastare da solo di fronte a una sfida di questa portata.
I quattro quadranti di Renée Lertzman: mettere insieme i diversi livelli
Un esempio di come la psicologia climatica aiuta a stare dentro questa complessità, invece di provare a risolverla artificialmente, è il lavoro della psicologa climatica Renée Lertzman. Lertzman ha sviluppato i “quattro quadranti dell’engagement”, un framework che distingue quattro approcci — spesso tra loro separati — con cui si prova a favorire il cambiamento verso la sostenibilità: il comportamento (come cambiamo cosa fanno le persone), la comunicazione (come lo raccontiamo), i sistemi (come cambiamo le condizioni intorno alle persone) e l’esperienza psicologica (cosa succede dentro le persone). Il suo argomento centrale è che nessun quadrante, da solo, basta: chi si occupa di comportamento enfatizza il comportamento, chi comunica enfatizza la comunicazione, chi progetta sistemi si concentra sulle soluzioni, chi lavora sul piano psicologico si concentra su emozioni ed esperienza — ma le persone e le società operano su tutti e quattro i piani insieme.
È lo stesso principio che guida questo articolo: la psicologia climatica aiuta a comprendere una parte importante — e spesso trascurata — del problema, ma diventa davvero efficace quando si intreccia con comunicazione, comportamento e cambiamento sistemico, invece di dover portare da sola tutto il peso del cambiamento.
Il mio approccio
Il mio percorso verso la psicologia climatica nasce da un’esperienza personale che racconto più nel dettaglio nell’articolo “Il mio viaggio verso l’ecopsicologia”. Da lì è nato il desiderio di formarmi con uno dei massimi esperti in questo campo, Thomas Doherty — “uno dei volti più autorevoli su cambiamento climatico e psicologia”, secondo il New York Times — già menzionato sopra.
Sono anche entrata a far parte della Climate Psychology Alliance, associazione internazionale di psicologi che si occupano di questi temi, partecipando alle loro formazioni, conducendo Climate Café (di cui parlerò in un futuro articolo dedicato), e contribuendo con la Dott.ssa Lucia Tecuta al Manuale di Psicologia Climatica.
📚 Il Manuale di Psicologia Climatica è solo una delle risorse gratuite disponibili sul mio sito.
Porto la consapevolezza dei risvolti della crisi eco-climatica nel mio lavoro clinico, integrando un approccio climate-aware quando le persone che seguo portano esperienze di disagio o distress, senza patologizzarle né appiattirle a una problematica puramente individuale.
È proprio da questa pratica diretta che nascono anche i percorsi di formazione e supervisione — anche accreditati ECM — che offro ad altri professionisti della salute mentale interessati a integrare la Climate Aware Therapy nel proprio lavoro clinico — trovi il calendario di corsi, eventi e formazioni sul mio sito. Inoltre, con un gruppo di colleghi e colleghe italiani, abbiamo compilato il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica per permettere un primo livello di conoscenza e comprensione di questi temi.
Parallelamente, mi avvicino alla psicologia climatica anche a partire da una passione e una cura più ampie: per la natura, per l’ambiente, per il benessere di chi lo abita — non solo le comunità umane, ma il mondo vivente nel suo insieme. In questo momento il tema del cambiamento climatico è particolarmente sensibile, spesso politicizzato e polarizzato, e per questo credo sia importante portare conoscenza con chiarezza e rigore scientifico.
Una parte del mio impegno quindi si traduce nel portare questa scienza fuori dallo studio: mi occupo di divulgare questo campo di ricerca — la sua storia, i meccanismi psicologici che studia, gli ostacoli all’azione che individua — verso un pubblico più ampio, ma anche verso media, organizzazioni e realtà di leadership che affrontano la transizione ecologica e vogliono tenerne in considerazione la dimensione psicologica, non solo quella tecnica o economica. Una crisi di questa portata non si affronta da un solo settore: mi piace lavorare in collaborazione con altri ambiti oltre alla salute mentale — giornalisti, amministrazioni locali, ordini professionali, realtà di leadership — portando il mio contributo a conferenze, tavoli di lavoro e altre collaborazioni e consulenze. Se il tuo lavoro tocca questi temi e vuoi portare la psicologia climatica nel tuo ambito, contattami.
Conclusione
La crisi eco-climatica non è soltanto una questione ambientale, economica o politica: è anche, profondamente, una questione psicologica. Riguarda sia cosa proviamo di fronte a essa, sia cosa ci ostacola nell’agire — come singoli e come collettività.
Abbiamo visto come sia utile distinguere tra eco-emozioni, distress e disturbi clinici veri e propri, per capire quando una risposta emotiva richiede attenzione clinica e quando no. Abbiamo visto come le risposte alla crisi si dividano tra adattamento e mitigazione, e come nessuna delle due possa essere caricata sul singolo individuo senza tenere conto dei sistemi economici e politici in cui è inserita. Abbiamo attraversato gli ostacoli che rendono difficile agire — economici, politici, psicologici, comunicativi — riconoscendo che il cambiamento climatico è un vero e proprio “wicked problem”, un problema che richiede di tenere insieme livelli diversi senza poterlo ridurre a uno solo.
Come mostra il lavoro di Renée Lertzman e i suoi quattro quadranti, nessun ambito da solo può bastare di fronte a una sfida di questa portata: comportamento, comunicazione, sistemi ed esperienza psicologica si intrecciano sempre, nella vita delle persone come in quella delle società. Lo stesso vale per l’approccio climate-aware, che non è una tecnica a sé ma una lente attraverso cui guardare la pratica clinica, in dialogo con altri modelli terapeutici.
Se c’è un filo che tiene insieme questi livelli, è che nessuno di essi può bastare da solo: cambiamento individuale, trasformazione dei sistemi, comprensione psicologica e comunicazione si sostengono a vicenda. È un lavoro che riguarda tutti noi, con ruoli diversi da giocare — ed è tanto più efficace quanto più questi ruoli lavorano insieme.
FAQ: Psicologia Climatica
Qual è il legame tra psicologia e cambiamento climatico?
Il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale, economica o politica: è anche una questione psicologica, perché modifica il modo in cui pensiamo, sentiamo e agiamo. È proprio da questo legame che nasce la psicologia climatica, il campo di studio che indaga come la crisi climatica influisce sul benessere psicologico delle persone e cosa rende difficile affrontarla.
Cos’è la psicologia climatica?
La psicologia climatica è il campo di studio che indaga le dimensioni psicologiche della crisi climatica: come la percepiamo, quali emozioni genera, cosa rende difficile agire di fronte a essa, e come sostenere individui e comunità nell’affrontarla.
Che differenza c’è tra psicologia climatica ed ecopsicologia?
L’ecopsicologia indaga la relazione tra essere umano e mondo naturale, e come la qualità di questa relazione impatta il benessere psicologico. La psicologia climatica si concentra più specificamente sulla crisi climatica: il suo impatto psicologico e i fattori che motivano o ostacolano risposte adattive ed efficaci.
Che differenza c’è tra psicologia climatica ed eco-ansia?
L’eco-ansia è una delle possibili risposte emotive alla crisi climatica, ed è uno dei temi di cui si occupa la psicologia climatica. Quest’ultima è però un campo più ampio, che comprende anche lo studio degli ostacoli all’azione, il ruolo della comunicazione e strumenti clinici come la Climate Aware Therapy.
Uno psicologo climatico è un attivista? La psicologia climatica è una forma di attivismo?
La psicologia climatica è un campo di ricerca scientifica, con anche una parte applicativa — come la Climate Aware Therapy — che studia l’impatto psicologico della crisi climatica e gli ostacoli che rendono difficile affrontarla. Chi lavora in questo campo può anche essere coinvolto in forme di attivismo — dall’impegno locale per l’ambiente fino a ruoli più strutturati in organizzazioni dedicate — proprio come qualsiasi persona che si occupa di questi temi. Ricerca scientifica, pratica clinica e impegno personale restano piani distinti: la psicologia climatica offre strumenti per comprendere cosa blocca l’azione — individuale, collettiva, istituzionale — indipendentemente da come poi ciascuno scelga di tradurre questa comprensione nella propria vita — un tema che riprendo anche parlando del Codice Deontologico degli Psicologi nell’articolo “Il mio viaggio verso l’ecopsicologia”.
Di cosa si occupa uno psicologo climatico?
Uno psicologo climatico si occupa dell’impatto psicologico della crisi climatica e dei fattori che motivano o ostacolano risposte adattive ed efficaci: sostiene chi vive distress o trauma legati alla crisi climatica, studia gli ostacoli psicologici, economici e comunicativi al cambiamento, e offre strumenti a professionisti, comunicatori e istituzioni.
Cos’è la Climate Aware Therapy?
È un approccio terapeutico che integra la consapevolezza della crisi climatica nella pratica clinica, offrendo uno spazio per elaborare il distress climatico senza patologizzarlo, e sostenendo agency e resilienza oltre alla sola riduzione del disagio.
Cos’è il solutions journalism e perché è utile per parlare di clima?
È un approccio giornalistico che non si limita a descrivere i problemi, ma indaga con rigore le risposte concrete messe in campo per affrontarli. Applicato alla crisi climatica, aiuta a evitare sia il sensazionalismo sia la paralisi, restituendo un quadro più completo in cui esiste spazio per l’azione.
Cos’è il doomscrolling e come influisce sull’ansia climatica?
È la tendenza a scorrere per ore notizie allarmistiche, spesso amplificata da algoritmi che premiano i contenuti più sensazionalistici. Di fronte a paura e incertezza, cercare più informazioni può sembrare un modo per riprendere controllo, ma il risultato è spesso l’effetto opposto: ansia climatica [→ link all’articolo Eco-ansia ed Eco-emozioni], sovraccarico emotivo e meno spazio per la cura di sé e per l’azione.
In Italia esistono percorsi di formazione in psicologia climatica?
Non ancora in modo strutturato: mancano percorsi di formazione dedicati e linee guida professionali condivise, anche se la ricerca in questo campo è sempre più attiva.
📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.
📚 Letture di approfondimento
🇮🇹 In italiano
Cianconi, P., Janiri, L., Hanife, B., & Grillo, F. (2023). Cambiamento climatico e salute mentale. Dall'ecologia della mente alla mente ecologica. Raffaello Cortina Editore.
Corazza, P. (2025). Coltivare speranza su un pianeta al collasso. FrancoAngeli.
Macy, J., & Johnstone, C. (2021). Speranza attiva (D. Rim Moiso, Trad.; G. Scotto, Cur.). Terra Nuova Edizioni. (Opera originale pubblicata nel 2012)
🌍 In inglese
Albrecht, G. (2019). Earth Emotions: New Words for a New World. Cornell University Press.
Anderson, J., Staunton, T., O'Gorman, J., & Hickman, C. (Eds.). (2024). Being a Therapist in a Time of Climate Breakdown. Routledge.
Doherty, T. J. (2025). Surviving Climate Anxiety: A Guide to Coping, Healing, and Thriving. Little, Brown Spark.
Ricerche citate
American Psychological Association, Task Force on the Interface Between Psychology and Global Climate Change. (2009). Psychology and global climate change: Addressing a multifaceted phenomenon and set of challenges.American Psychological Association.
Clayton, S. (2020). Climate anxiety: Psychological responses to climate change. Journal of Anxiety Disorders, 74, 102263.
Clayton, S., Manning, C., Krygsman, K., & Speiser, M. (2017). Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance. American Psychological Association, and ecoAmerica.
Doherty, T. J., & Clayton, S. (2011). The psychological impacts of global climate change. American Psychologist, 66(4), 265–276.
Lertzman, R. (2013). Engaging with climate change: How we think about engagement. Skoll Global Threats Fund.
Pihkala, P. (2022). The process of eco-anxiety and ecological grief: A narrative review and a new proposal. Sustainability, 14(24), 16628.
Rittel, H. W. J., & Webber, M. M. (1973). Dilemmas in a general theory of planning. Policy Sciences, 4(2), 155–169.
Solutions Journalism Network — solutionsjournalism.org
Questa lista è in continua evoluzione: non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza. Se conosci libri, ricerche o contributi in lingua italiana sulla psicologia climatica che pensi possano essere aggiunti, scrivimi: sarò felice di ampliare questa raccolta.
