Perché la Natura ci fa stare bene? Comprendere il legame tra ambienti, mente e benessere
Se si chiede alle persone di elencare le attività che associano al benessere, la maggior parte includerà nella loro lista qualcosa legato allo stare in natura: una passeggiata al parco, passare del tempo con un animale domestico, prendersi cura delle piante in giardino, visitare boschi, fare trekking in montagna, godersi un momento di tranquillità in riva al mare, e così via.
E quando viene chiesto loro di descrivere come si sentono svolgendo queste attività, tendono a raccontare di sensazioni come calma, rinnovata energia, pensiero positivo, recupero di un equilibrio mentale ed emotivo che era andato perso.
Negli ultimi decenni, la ricerca scientifica ha iniziato a studiare questi effetti in modo sistematico, mostrando come il contatto con ambienti naturali possa influenzare diversi aspetti del nostro funzionamento: dalla regolazione dello stress al recupero delle capacità attentive, dalla salute fisiologica al benessere emotivo.
Oltre a domandarsi che effetto ha il contatto della natura sul benessere dell’individuo, l’ambito di ricerca si sta sempre più ampliando per studiare la qualità della relazione tra esseri umani e Natura.
Come descritto in seguito, gli studi sulla psicologia ambientale, sulla biofilia e sulle prospettive ecopsicologiche mostrano infatti che la Natura non è solo uno spazio esterno dove possiamo andare per “stare meglio”; é anche un contesto con cui siamo continuamente in relazione, ed è proprio la qualità di questa relazione a contribuire al nostro benessere.
Esplorare questi elementi — contatto con la Natura e relazione con essa — significa quindi partire dai benefici concreti e immediati che la Natura può offrire, per poi ampliare lo sguardo verso una comprensione più profonda della relazione continua tra esseri umani, ambienti e sistemi viventi.
Per cominciare: cosa significa “natura”? Nella nostra lingua, così come in inglese e molte altre lingue, abbiamo una parola specifica per designare tutto ciò che non è umano o prodotto dall’uomo. Ogni ricerca che studia il rapporto tra natura e salute mentale precisa cosa intende per natura, ad esempio “avere una vista su un parco urbano” oppure “passare del tempo in una foresta”, oppure “stare in riva al mare”. Pensare alla natura come qualcosa di separato dall’essere umano, come vedremo in seguito e come viene approfondito nell’articolo sull’ecopsicologia, implica vedere l’essere umano separato da altre forme viventi e dagli altri elementi che compongono l’ambiente: fiumi, montagne, suolo, mare, e così via. E questa separazione ci può fare riflettere sul legame/separazione che il mondo moderno vive con il resto del pianeta.
In questo articolo userò il termine Natura nella sua accezione comune — per riferirmi a quegli elementi, viventi e non, che non sono costruiti dall’essere umano — pur sapendo che questa stessa definizione riflette la separazione di cui parlavo poco fa.
Natura e benessere: il contributo della psicologia ambientale
La psicologia ambientale: comprendere la relazione tra persone e ambienti
Per comprendere perché la Natura possa avere un impatto sul nostro benessere psicologico, è utile partire dal contributo della psicologia ambientale, una branca della psicologia che studia la relazione tra le persone e gli ambienti che abitano.
Per molto tempo la psicologia si è concentrata principalmente sull’individuo, considerando pensieri, emozioni e comportamenti come fenomeni interni alla persona. La psicologia ambientale amplia questa prospettiva, mostrando come anche gli spazi in cui portiamo avanti le nostre vite influenzano la nostra psiche.
Pensiamo ad esempio alla differenza della nostra esperienza quando stiamo seduti su una panchina al parco in una giornata di primavera paragonata all’esperienza di stare seduti ad una scrivania in un ufficio di un seminterrato.
Gli ambienti non sono semplicemente lo sfondo delle nostre vite, ma partecipano alla costruzione della nostra vita psicologica, influenzando il modo in cui percepiamo il mondo, regoliamo le emozioni, gestiamo lo stress, affrontiamo i problemi, interagiamo con gli altri e sviluppiamo senso di sicurezza, identità e appartenenza.
In questa prospettiva, non siamo individui isolati, la nostra esperienza non prescinde dall’ambiente in cui ci troviamo. Siamo esseri in continua relazione con gli spazi, i luoghi e i sistemi ecologici che ci circondano.
La domanda quindi è:
“In che modo gli ambienti che abitiamo contribuiscono a costruire la nostra esperienza psicologica?”
Gran parte della Psicologia Ambientale si è sviluppata proprio per dare una risposta a questa domanda, studiando il rapporto tra psicologia e ambiente, e mostrando come alcuni contesti naturali possono favorire un migliore stato psichico ed emotivo.
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Natura e stress: uno spazio di regolazione e recupero psicofisiologico
Uno dei primi ambiti studiati dalla psicologia ambientale riguarda il rapporto tra ambienti naturali e stress. La ricerca ha mostrato che il contatto con la Natura può favorire processi di recupero psicofisiologico, influenzando contemporaneamente la risposta allo stress della mente e del corpo.
Lo stress non è infatti solo una sensazione soggettiva: coinvolge l’intero organismo attraverso cambiamenti nei sistemi che regolano funzionamento sia il sistema psicologico che quello fisiologico. Per questo motivo, gli studi sugli effetti della Natura hanno considerato non solo come le persone si sentono, ma anche alcuni indicatori legati alla risposta del corpo.
Già gli studi pionieristici di Roger Ulrich negli anni Ottanta avevano mostrato come nei contesti ospedalieri, avere una vista su elementi naturali — ad esempio, un parco — fosse associato a un recupero post-operatorio più favorevole. Le ricerche successive hanno approfondito questi risultati, suggerendo che l’esposizione ad ambienti naturali può essere associata a:
• maggiore calma;
• riduzione dell’attivazione fisica legata allo stress;
• miglioramento dell’umore;
• maggiore capacità di regolazione emotiva.
Gli studi sul cosiddetto forest bathing (shinrin-yoku) e più in generale sull’esposizione ad ambienti naturali hanno approfondito la comprensione degli effetti fisiologici del contatto con la Natura. Tra questi rientra la modulazione di alcuni sistemi coinvolti nella risposta allo stress, come la regolazione del cortisolo e dell’attivazione fisiologica (Park et al., 2010). Un esempio concreto sono i terpeni e i fitoncidi — composti organici volatili rilasciati dagli alberi, soprattutto dalle conifere — che alcune ricerche hanno associato a una riduzione degli ormoni dello stress e a un aumento dell’attività del sistema immunitario in chi vi si espone (Li, 2010). Altri studi hanno approfondito il possibile ruolo di questi processi nel sostenere il recupero psicofisico dopo condizioni di stress o sovraccarico (Tsunetsugu, Park & Miyazaki, 2010).
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Attention Restoration Theory: perché la Natura rigenera la mente
Un altro contributo fondamentale della psicologia ambientale arriva dalla Attention Restoration Theory (ART), sviluppata dagli psicologi Rachel e Stephen Kaplan.
Secondo questa teoria, la vita quotidiana contemporanea ci richiede grandi sforzi di attenzione: dobbiamo concentrarci su compiti complessi, ignorare le distrazioni, prendere decisioni e gestire molte informazioni contemporaneamente. Questo tipo di attenzione richiede energia mentale e, quando viene utilizzata a lungo senza prendere pause adeguate di recupero, può portare a una sensazione di affaticamento e sovraccarico mentale.
Quello che in questi casi serve alla mente non è eliminare ogni stimolo: la mente non recupera restando vuota, ma trovando un modo diverso di essere occupata — meno faticoso, più naturale. È proprio qui che la Natura sembra offrire qualcosa di prezioso: quello che i Kaplan definiscono soft fascination (“fascinazione dolce”). A differenza degli stimoli che richiedono uno sforzo continuo — come notifiche, traffico, rumore o richieste multiple e simultanee — alcuni elementi della Natura catturano spontaneamente la nostra attenzione senza esasperarla:
il movimento delle onde…
il canto degli uccelli…
il vento tra i rami degli alberi…
le nuvole in costante trasformazione…
l’acqua che scorre in un torrente…
L’esperienza di fascinazione dolce permette alla mente di restare coinvolta in modo delicato, lasciando spazio al recupero delle risorse attentive — un recupero che può favorire anche maggiore flessibilità cognitiva, creatività e capacità di problem solving.
La Natura, quindi, non sembra agire soltanto riducendo lo stress, ma anche rigenerando le capacità cognitive messe alla prova dalla vita quotidiana: le stesse condizioni che permettono all’attenzione di riposare sostengono anche maggiore chiarezza di pensiero.
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La meraviglia: quando la Natura ci sorprende
Oltre alla regolazione dello stress e al recupero delle risorse cognitive, il contatto con la Natura può generare un’altra esperienza psicologica particolarmente significativa: l’awe.
Awe — traducibile in italiano come meraviglia, o stupore — è un’emozione complessa che proviamo di fronte a qualcosa che percepiamo come vasto, straordinario o difficile da comprendere, e che sfida le nostre categorie abituali di senso, spingendoci ad ampliarle (Keltner & Haidt, 2003). È un concetto rilevante per comprendere la relazione tra essere umano e natura, e per lo sviluppo dell’identità ambientale. Questo sentimento è spesso evocato da contesti naturali più che da ambienti costruiti dall’uomo: elementi di vastità, come il cielo stellato, una foresta secolare, l’oceano visto dall’alto di una scogliera, i ghiacciai visti da vicino; ma anche elementi più delicati, come osservare una farfalla o ascoltare il canto di un uccello.
Le ricerche condotte sulla awe in natura sembrano indicare che questa esperienza psicologica abbia effetti positivi sul benessere mentale e fisico. L’awe può ridurre lo stress, migliorare l’umore e aumentare la soddisfazione nella vita, e ampliare il senso di tempo.
Quando proviamo awe, la sensazione di avere un sé separato dal resto del mondo si attenua, favorendo un senso di connessione più ampio — con l’ambiente e con gli altri. L’awe sembra attivare un senso profondo di umiltà e meraviglia nei confronti della natura di cui siamo parte. Questo spostamento può stimolare comportamenti pro-ambientali, aumentando il senso di responsabilità ecologica.
È proprio in questo spostamento — dal centrarsi su di sé al sentirsi parte di qualcosa di più ampio — che l’esperienza della Natura inizia a suggerire qualcosa che va oltre il semplice beneficio individuale “passivo”: non solo un effetto che riceviamo immergendoci nella natura, ma un’apertura verso una relazione diversa con il mondo che ci circonda.
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La biofilia: una predisposizione umana verso la vita
La riduzione dello stress, la Attention Restoration Theory, e gli studi sulla meraviglia in natura sono solo alcuni esempi delle ricerche che mirano a identificare i numerosi effetti benefici della Natura, e comprenderne i meccanismi psicologici e fisiologici.
Ma per comprendere perché la relazione con la natura abbia un impatto così profondo sul nostro stato psico-fisico, è utile guardare il fenomeno attraverso la lente della biofilia, concetto introdotto dal biologo Edward O. Wilson nel suo libro Biophilia (1984).
Wilson definiva la biofilia come “la tendenza innata a concentrarsi sulla vita e sui processi viventi”. Secondo questa prospettiva, gli esseri umani si sono evoluti in stretta relazione con gli ecosistemi naturali, sviluppando nel corso del tempo una predisposizione verso elementi viventi, paesaggi e ambienti che hanno sostenuto la sopravvivenza e l’adattamento della specie.
La biofilia non indica semplicemente un “amore per la Natura” o una preferenza estetica per luoghi belli e incontaminati. Riguarda una relazione più profonda tra esseri umani e mondo vivente, che coinvolge diversi aspetti psicologici:
• la capacità di orientare l’attenzione verso elementi naturali;
la curiosità e il desiderio di esplorazione;
• le risposte emotive generate dagli ambienti viventi;
• la percezione di sicurezza e appartenenza associata ad alcuni luoghi;
• la predisposizione a creare legami e forme di affiliazione con altri esseri viventi.
La biofilia ci incoraggia quindi a non dimenticare che i nostri corpi e le nostre menti si sono evoluti per lunghissimo tempo a stretto contatto con la Natura, sviluppando sistemi fisiologici e psicologici modellati proprio da quella relazione. Vista da questa prospettiva, non sorprende, quindi, che abbiamo delle risposte così profonde e pervasive quando interagiamo con elementi naturali. La riduzione dello stress, il recupero delle risorse attentive, l’esperienza della meraviglia non sono effetti isolati o casuali, ma il segno di una sensibilità antica, sviluppata attraverso una lunga storia di interazione con gli ecosistemi di cui continuiamo a far parte.
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Quando la connessione con la Natura viene ostacolata: disconnessione e crisi ecologica
Se il contatto con la Natura può sostenere il nostro benessere, è importante anche guardare a cosa succede quando questo contatto viene meno — sia per come abitiamo gli spazi quotidiani, sia perché gli stessi ecosistemi da cui dipendiamo stanno attraversando una crisi profonda.
La disconnessione dalla Natura: in Nature Deficit Disorder
Nelle società contemporanee trascorriamo gran parte del nostro tempo in ambienti chiusi, urbani e digitalizzati, con sempre meno occasioni di entrare in contatto diretto con gli elementi dei nostri ecosistemi. Questa progressiva riduzione del contatto con il mondo naturale non riguarda soltanto la quantità di tempo trascorso all’aperto, ma può modificare il modo in cui percepiamo e ci relazioniamo con la Natura.
Richard Louv ha descritto questo fenomeno attraverso l’espressione Nature Deficit Disorder (“disturbo da deficit di Natura”), un concetto divulgativo che, pur non costituendo una diagnosi clinica, richiama l’attenzione sulle possibili conseguenze psicologiche, cognitive e fisiche della progressiva riduzione del contatto con il mondo naturale. Se, infatti, la connessione con la Natura può sostenere il nostro benessere — come abbiamo visto attraverso la riduzione dello stress, il recupero attentivo e l’esperienza della meraviglia — la sua progressiva assenza può tradursi, quantomeno, nella perdita di queste opportunità di beneficio.
La questione, tuttavia, potrebbe essere più profonda della semplice perdita degli effetti benefici prodotti dal contatto con la Natura. Il lavoro di Giuseppe Barbiero sull’ecologia affettiva aiuta a comprendere perché. Partendo dal concetto di biofilia, Barbiero sottolinea come la predisposizione umana verso il mondo vivente non sia qualcosa di completamente automatico, ma un potenziale che può essere coltivato attraverso esperienze concrete di connessione, familiarità e appartenenza. Come ogni capacità che si sviluppa attraverso l’esperienza, anche la biofilia può rimanere inespressa o indebolirsi quando le occasioni per esercitarla diventano sempre più rare. Se queste occasioni diminuiscono, quindi, non perdiamo soltanto i benefici immediati del contatto con la Natura: rischiamo anche di indebolire la capacità stessa di riconoscerla, apprezzarla e sentirci parte di essa.
Da questa prospettiva, la disconnessione dalla Natura non può essere intesa soltanto come una riduzione del tempo trascorso all’aperto, ma come un progressivo impoverimento delle opportunità quotidiane di costruire una relazione significativa con il mondo vivente. Ed è proprio qui che la questione individuale diventa anche una questione progettuale: se gli ambienti in cui viviamo determinano in parte le occasioni che abbiamo di incontrare la Natura, allora anche il modo in cui costruiamo e organizziamo questi ambienti può contribuire a rafforzare o, al contrario, ad accentuare tale disconnessione.
In questo senso, il design biofilico rappresenta una delle strategie proposte per contrastare questa tendenza, favorendo il contatto con la Natura nei luoghi che abitiamo quotidianamente. L’approccio cerca di integrare negli ambienti costruiti — come scuole, uffici e ospedali — elementi naturali quali vegetazione, luce naturale, materiali organici, acqua e connessioni visive con il paesaggio, creando spazi maggiormente coerenti con i nostri bisogni psicologici e biologici. L’obiettivo non è quindi semplicemente “portare il verde” negli edifici, ma aumentare le occasioni quotidiane di interazione con il mondo naturale.
Tuttavia, la possibilità di mantenere una relazione significativa con la Natura non è uguale per tutti. La disponibilità di ambienti naturali di qualità è infatti influenzata da fattori sociali ed economici: molte persone, per ragioni lavorative o abitative, vivono in quartieri caratterizzati da una minore presenza di verde e da una maggiore esposizione all’inquinamento; inoltre, le persone con redditi più bassi possono avere minori opportunità di allontanarsi dagli spazi urbani e raggiungere ambienti più naturali. La disconnessione dalla Natura, dunque, non è soltanto una questione di scelta individuale, ma può riflettere anche le caratteristiche degli ambienti e delle condizioni sociali in cui le persone vivono. Ne deriva una disuguaglianza nelle possibilità di accedere alla Natura e, di conseguenza, di beneficiare delle opportunità che essa offre per il benessere.
È proprio in questa prospettiva di equità che si inserisce un esempio concreto di come l’urbanistica possa intervenire: la regola 3-30-300, ideata da Cecil Konijnendijk, ricercatore e tra i maggiori esperti internazionali di foreste urbane e infrastrutture verdi. La proposta individua tre soglie indicative per favorire un accesso più equo alla Natura in città: poter vedere almeno 3 alberi dalla propria abitazione, vivere in un quartiere con almeno il 30% di copertura arborea e avere uno spazio verde di qualità a non più di 300 metri dalla propria abitazione. Al di là delle singole soglie, il principio alla base della proposta è significativo: la relazione con la Natura dovrebbe essere resa possibile non soltanto attraverso occasioni eccezionali, ma attraverso la presenza quotidiana di elementi naturali negli ambienti in cui viviamo.
Oltre a notare i modi in cui la società moderna abita gli spazi e costruisce le città, è importante notare che, culturalmente, il “passare del tempo in natura” viene spesso considerato un momento di svago, se non addirittura un lusso. Molti contesti sociali — quelli aziendali in primis — pongono la produttività come valore fondante, e il tempo trascorso in natura viene vissuto in contrapposizione ad esso: prima il “lavoro,” poi il “piacere.” Sono anche questi fenomeni culturali — il modo in cui organizziamo il nostro tempo, quanto ci sentiamo autorizzati a concederci la natura — a influenzare le nostre possibilità di relazionarci con essa.
Comprendere la disconnessione dalla Natura significa quindi comprendere una delle sfide contemporanee per il benessere psicologico: come garantire una relazione significativa con il mondo vivente all’interno di contesti che sempre più spesso la rendono difficile? Intervenire sugli ambienti che costruiamo, aumentando le occasioni di contatto con la Natura, rappresenta una possibile risposta. Ma questa risposta deve confrontarsi con una questione ancora più ampia.
Gli stessi ecosistemi dai quali cerchiamo di riconnetterci stanno infatti attraversando una profonda crisi ecologica. La perdita di biodiversità, il degrado degli habitat e le trasformazioni degli ecosistemi stanno modificando in modo sempre più rapido le condizioni del mondo vivente. La disconnessione dalla Natura, quindi, non può essere considerata soltanto come un problema di accesso o di progettazione degli spazi: si inserisce all’interno di una crisi più ampia che riguarda il rapporto stesso tra esseri umani e mondo vivente. Se da un lato dobbiamo ripensare gli ambienti che costruiamo per rendere la Natura nuovamente parte della nostra esperienza quotidiana, dall’altro dobbiamo chiederci quale Natura stiamo cercando di riconnettere alla nostra vita, e se saremo ancora in grado di preservare gli ecosistemi che rendono possibile questa relazione.
Quando la Natura entra in sofferenza: crisi climatica, ecoansia e salute mentale
Prima abbiamo visto come la relazione con la Natura possa sostenere il benessere psicologico. Ma questi benefici non sono scontati: dipendono non solo dalla nostra possibilità di entrare in contatto con la natura, ma anche dalla salute degli stessi ecosistemi.
Un mare inquinato, una foresta bruciata, un fiume prosciugato, un prato sostituito da un centro commerciale: non sono solo luoghi che perdiamo come fonte di sollievo; diventano luoghi in cui rischiamo di esporci a elementi inquinanti e nocivi per i nostri organismi.
Il cambiamento climatico aggrava ulteriormente questa condizione: fenomeni meteorologici estremi come ondate di calore o uragani non si limitano a impedirci di stare all’aperto — e quindi a contatto con la Natura — ma comportano essi stessi rischi concreti per la salute. La psicologia climatica studia l’impatto di questi fenomeni sulla salute mentale degli individui e delle comunità.
La crisi eco-climatica non mette a rischio solo la nostra salute fisica, ma impatta in maniera importante anche il nostro benessere psicologico. Il degrado ambientale può infatti scatenare vissuti emotivi complessi, tra cui:
• Ansia per il futuro (ecoansia): la consapevolezza della crisi climatica e delle sue possibili conseguenze può generare preoccupazione, senso di impotenza e difficoltà nel sentirsi sicuri rispetto al futuro — un tema che approfondisco nell’articolo dedicato alle eco-emozioni.
• Solastalgia: il disagio emotivo legato alla trasformazione negativa del proprio ambiente di vita, quando un luogo familiare cambia profondamente pur restando fisicamente presente.
• Trauma legato agli eventi ambientali: eventi come incendi, alluvioni, siccità o uragani possono innescare vissuti traumatici, specialmente quando comportano perdite dirette importanti — la propria casa, il lavoro, la comunità di riferimento — o una minaccia diretta alla propria vita o quella dei propri cari.
• Lutto ecologico (ecological grief): la perdita di specie, paesaggi, ecosistemi o modi di vivere legati alla Natura può generare una forma di lutto per qualcosa che è stato danneggiato o che rischia di scomparire.
Oltre alla dimensione emotiva, la crisi eco-climatica pone anche domande più profonde, di natura esistenziale. Non si tratta solo di adattarsi a un mondo che cambia; questo cambiamento non è un evento naturale a cui semplicemente assistiamo, ma è, in larga parte, conseguenza diretta delle azioni umane.
La domanda che ne deriva è quindi più scomoda: cosa significa essere, noi stessi, causa del degrado di ciò da cui dipendiamo per stare bene? Che responsabilità comporta?
Sono, in fondo, domande che l’ecopsicologia pone fin dalle origini, mettendo in discussione proprio l’idea di un essere umano separato dalla Natura, osservatore esterno di un ambiente considerato “altro” rispetto a sé — un’idea che, come abbiamo visto, è anche ciò che ci permette di danneggiarla senza sentircene pienamente responsabili.
È proprio a partire da questa complessità — il bisogno di connessione, le emozioni che la crisi ecologica genera, le domande esistenziali che solleva, le disuguaglianze con cui si manifesta — che si colloca l’ecoterapia. Non si tratta semplicemente di “passare tempo in Natura”: si tratta di creare uno spazio capace di accogliere tutti questi elementi, incluso il vivere separati dalla Natura, e l’impatto che le nostre attività hanno sugli ecosistemi di cui facciamo parte.
Dalla connessione alla relazione: il contributo dell’ecopsicologia
L’ecopsicologia: superare la separazione tra essere umano e Natura
È ormai sempre più evidente che il contatto con il mondo naturale — che per millenni ha costituito una parte integrante dell’esperienza umana — può apportare benefici alla nostra salute fisica e mentale. Come abbiamo visto, tuttavia, negli ultimi decenni la crescente disconnessione dalla Natura, insieme al progressivo degrado degli ecosistemi, ha reso sempre più urgente comprendere non soltanto gli effetti della perdita di questi contatti sul benessere individuale, ma anche il significato più profondo della relazione tra essere umano e mondo naturale.
È proprio all’interno di questa riflessione che si sviluppa l’ecopsicologia, nata tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta dall’incontro tra psicologia, ecologia e pensiero ambientale. In quegli anni diventavano sempre più evidenti gli effetti delle attività umane sugli ecosistemi — dalla deforestazione all’inquinamento, fino alla perdita di biodiversità — e cresceva la necessità di comprenderne le conseguenze non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche psicologico e culturale. L’ecopsicologia si sviluppa così a partire da riflessioni già presenti nei decenni precedenti sul rapporto tra esseri umani e mondo naturale. Tra le sue figure fondative vi è lo psicologo e studioso culturale Theodore Roszak, che propose di interpretare la crisi ecologica anche come una crisi psicologica e culturale, mettendo in discussione il modo in cui la società moderna concepisce il rapporto tra individuo e Natura (Roszak, 1992) — un tema che approfondisco nell’articolo dedicato all’ecopsicologia .
Uno dei contributi centrali dell’ecopsicologia consiste proprio nel mettere in discussione l’idea dell’essere umano come individuo separato dalla Natura: un osservatore esterno che abita un ambiente considerato “altro” rispetto a sé. Da una prospettiva ecopsicologica, gli esseri umani non sono semplicemente individui che vivono all’interno di un ambiente, ma esseri relazionali, inseriti in sistemi sociali, culturali ed ecologici più ampi e interdipendenti.
Questa distinzione non è soltanto teorica. Considerare l’essere umano come separato dalla Natura può infatti rendere più difficile riconoscere quanto il nostro benessere dipenda dagli ecosistemi di cui facciamo parte e, allo stesso tempo, può favorire comportamenti che ne ignorano i limiti e le necessità. Il risultato è un circolo potenzialmente problematico: danneggiare gli ambienti da cui dipendiamo significa compromettere le condizioni che sostengono anche il nostro benessere.
Da questa prospettiva, la salute non può essere compresa esclusivamente come una condizione individuale, ma come il risultato di una rete di relazioni:
• con sé stessi;
• con gli altri;
• con le comunità di appartenenza;
• con i luoghi che abitiamo;
• con il mondo più-che-umano.
È proprio questo passaggio — dall’individuo isolato all’essere umano come parte di una rete di relazioni — che permette di comprendere più a fondo il contributo dell’ecopsicologia. La questione, infatti, non è soltanto stabilire se la Natura faccia bene agli esseri umani, ma interrogarsi su che tipo di relazione abbiamo costruito con il mondo naturale.
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Dalla Natura come risorsa alla Natura come relazione
Possiamo certamente avvicinarci alla Natura come a uno spazio capace di sostenere il nostro benessere: un luogo in cui recuperare energie, ridurre lo stress e ritrovare equilibrio. Questa prospettiva, però, rischia di rimanere incompleta se consideriamo la Natura esclusivamente in funzione dei benefici che può offrire a noi.
L’esperienza della Natura può infatti rappresentare qualcosa di più: un’occasione per sviluppare un senso di appartenenza e riconoscersi come parte di sistemi ecologici più vasti. È proprio questo uno dei passaggi proposti dalla prospettiva ecopsicologica, che invita a superare una visione esclusivamente antropocentrica — centrata cioè sui bisogni e sugli interessi dell’essere umano — per muoversi verso una concezione più ecocentrica, nella quale gli esseri umani vengono considerati parte di una rete di interdipendenze che comprende altri esseri viventi e interi ecosistemi.
In questa prospettiva, la Natura non è più soltanto uno sfondo nel quale viviamo o una risorsa dalla quale trarre beneficio, ma diventa una dimensione della nostra stessa identità e appartenenza. La perdita di questo legame può quindi avere conseguenze che vanno oltre la semplice riduzione delle esperienze piacevoli offerte dall’ambiente naturale, contribuendo a un senso di separazione, smarrimento e perdita di significato.
Tessere una relazione con la Natura significa allora sviluppare familiarità, appartenenza e consapevolezza della nostra interdipendenza con il mondo vivente. Il cambiamento di prospettiva proposto dall’ecopsicologia può essere sintetizzato proprio come un passaggio dalla semplice connessione alla relazione: dalla Natura come luogo o risorsa alla Natura come parte di una rete di interdipendenza della quale siamo parte.
Ma riconoscersi parte di questa rete non modifica soltanto il modo in cui percepiamo noi stessi. Può modificare anche il modo in cui agiamo nei confronti del mondo naturale.
Dalla connessione alla cura: il legame tra benessere e comportamenti ecologici
Una concezione relazionale del rapporto tra esseri umani e Natura ha infatti implicazioni anche sul modo in cui ci prendiamo cura dell’ambiente. La ricerca sulla nature connection ha mostrato che un maggiore senso di appartenenza alla Natura è associato a una maggiore probabilità di sviluppare comportamenti di cura e protezione dell’ambiente, i cosiddetti pro-environmental behaviours (Mackay & Schmitt, 2019).
Questo introduce un ulteriore elemento nel rapporto tra Natura e benessere: la relazione non è necessariamente unidirezionale. Non siamo soltanto noi a ricevere qualcosa dalla Natura; il modo in cui ci percepiamo in relazione con essa può influenzare anche il modo in cui ci comportiamo nei suoi confronti.
Quando la Natura viene percepita come separata da noi, il suo degrado può apparire come un problema distante, che riguarda un “altrove”. Quando invece riconosciamo la nostra appartenenza ai sistemi viventi, la tutela dell’ambiente può diventare un’espressione della cura verso una realtà della quale facciamo parte. Prendersi cura della Natura diventa così, almeno in parte, anche un modo di prendersi cura delle condizioni che rendono possibile la nostra stessa vita.
Questa interdipendenza tra salute umana e salute degli ecosistemi costituisce il fondamento di una prospettiva che ha assunto crescente rilevanza anche al di fuori dell’ecopsicologia: quella della Planetary Health.
Salute umana e salute del pianeta: il concetto di Planetary Health
Il riconoscimento della profonda interconnessione tra esseri umani e mondo vivente è alla base del concetto di Planetary Health (salute planetaria), diffusosi a livello internazionale a partire dal 2015, quando la Rockefeller Foundation e The Lancet hanno pubblicato un rapporto che ne ha contribuito a definire principi e prospettive.
L’idea alla base di questo approccio è semplice ma profonda: la salute delle persone dipende dalla salute dei sistemi naturali che sostengono la vita. La qualità dell’aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, degli ambienti in cui viviamo e dei sistemi ecologici dai quali dipendiamo influenza direttamente il nostro benessere. Allo stesso tempo, le nostre attività e le nostre scelte collettive modificano questi stessi sistemi, creando un rapporto di reciproca influenza tra salute umana e salute planetaria.
Questa prospettiva ha ispirato il lavoro di numerose organizzazioni internazionali, compresa l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che la richiama nelle proprie iniziative dedicate al cambiamento climatico, all’ambiente e alla salute.
Il concetto di Planetary Health amplia quindi ulteriormente la prospettiva: se l’ecopsicologia ci invita a ripensare la relazione psicologica tra esseri umani e Natura, la salute planetaria mostra quanto questa relazione sia concretamente intrecciata alle condizioni materiali che sostengono la nostra vita.
Eppure, proprio qui emerge una delle contraddizioni più significative del nostro tempo. Da un lato riconosciamo sempre più chiaramente quanto il benessere umano dipenda dalla salute degli ecosistemi e dalla nostra capacità di entrare in relazione con essi; dall’altro, molti degli ambienti, degli stili di vita e dei modelli organizzativi delle società contemporanee rendono questa relazione sempre più difficile. Molte persone vivono in contesti che limitano il contatto quotidiano con la Natura, mentre gli stessi sistemi naturali dai quali dipendiamo sono sottoposti a pressioni senza precedenti.
La questione, quindi, non riguarda soltanto la possibilità di trascorrere più tempo nella Natura. Riguarda il tipo di rapporto che costruiamo con il mondo vivente e le condizioni che rendono possibile tale rapporto.
Se la relazione con la Natura può sostenere il nostro benessere psicologico, diventa allora importante non solo comprendere cosa accade quando questa relazione viene indebolita, ma anche interrogarsi su come possa essere ricostruita e coltivata. Da questa prospettiva, il rapporto con la Natura non rappresenta soltanto un tema da comprendere, ma può diventare anche uno spazio di intervento: un contesto nel quale favorire processi di cura, consapevolezza e trasformazione. È proprio a partire da questa possibilità che si sviluppa l’ecoterapia, che porta i principi dell’ecopsicologia sul piano della pratica, utilizzando la relazione con il mondo naturale come parte del processo terapeutico e di promozione del benessere.
Ecoterapia: dal contatto con la Natura alla trasformazione della relazione
Con il termine ecoterapia si indicano diversi approcci che integrano la relazione con il mondo naturale nel lavoro sul benessere psicologico. Non si tratta di una singola tecnica, ma di un insieme di pratiche che possono includere il tempo trascorso in ambienti naturali, esperienze che coinvolgono il corpo e i sensi, attività di osservazione e connessione con il mondo vivente, e momenti di riflessione sul significato che queste esperienze hanno per la persona.
La psicoterapeuta Linda Buzzell propone una distinzione utile per comprendere i diversi orientamenti dell’ecoterapia: non una divisione rigida tra pratiche diverse, ma una lente attraverso cui osservare quale tipo di relazione con la Natura viene coltivata e quale obiettivo viene perseguito. È un framework che utilizzo anche nei miei interventi di ecoterapia e nei percorsi di formazione che offro ad altri professionisti — ne parlo più nel dettaglio più avanti in questo articolo.
Primo Livello: ristabilire il contatto con la Natura
Un primo orientamento riguarda il modo in cui la Natura può essere integrata nei percorsi di benessere psicologico attraverso l’esperienza diretta degli ambienti naturali. In questa prospettiva, pratiche come passeggiate in contesti naturali, forest bathing, giardinaggio, ortoterapia o terapie assistite con animali possono diventare occasioni per ristabilire un contatto con il mondo vivente.
A questo orientamento si collegano anche le nature prescriptions (o green prescriptions), programmi attraverso cui il contatto con la Natura viene proposto come parte di interventi di promozione della salute e del benessere, sempre più diffusi anche nei sistemi sanitari di diversi Paesi.
In questo primo livello, la Natura viene considerata principalmente come un contesto che può sostenere il benessere psicologico e fisiologico della persona, favorendo processi come la riduzione dello stress, la regolazione emotiva, il recupero attentivo e una maggiore capacità di adattamento.
Secondo Livello: coltivare una relazione ecologica
Un secondo livello amplia lo sguardo dalla relazione tra individuo e Natura alla relazione più ampia tra esseri umani, comunità ed ecosistemi.
In questa prospettiva, il benessere della persona viene compreso all’interno della rete di relazioni di cui fa parte. Il percorso terapeutico può quindi esplorare il senso di appartenenza al mondo vivente, il rapporto con i luoghi che abitiamo, i valori che orientano le nostre scelte e il modo in cui ci relazioniamo agli altri esseri umani e non umani.
La domanda diventa quindi non soltanto: “Come può la Natura aiutarmi a stare meglio?”, ma anche: “Come posso sviluppare una relazione più reciproca e consapevole con il mondo vivente?”
Questa prospettiva può aprire anche a dimensioni educative, comunitarie e sociali, in cui la cura della relazione con la Natura si intreccia con la partecipazione, la responsabilità e il modo in cui scegliamo di abitare il mondo.
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Perché la relazione con la Natura non è uguale per tutti
Fin qui abbiamo visto perché, in generale, il contatto con la Natura può sostenere il benessere psicologico. Ma “in generale” non significa “per chiunque, allo stesso modo”: la qualità di questa relazione dipende anche da chi siamo, dalla nostra storia personale e dal contesto culturale in cui siamo cresciuti.
Vulnerabilità, paure e limiti fisici nella relazione con la Natura
Riconoscere il valore della relazione con la Natura non significa idealizzare il mondo naturale come uno spazio sempre armonioso, accogliente o privo di difficoltà. La Natura è un sistema vivente complesso, che può offrire esperienze di connessione, bellezza e rigenerazione, ma che comprende anche elementi di imprevedibilità, fatica, paura e vulnerabilità.
Il rapporto con gli ambienti naturali coinvolge infatti anche la nostra corporeità e i nostri limiti: alcuni ambienti possono essere fisicamente impegnativi, alcuni elementi naturali possono generare timore, e in determinate circostanze la Natura può rappresentare una fonte di rischio reale.
Tuttavia, anche il modo in cui incontriamo questi aspetti della Natura è profondamente individuale. Le persone differiscono per caratteristiche temperamentali, interessi, condizioni fisiche e sensibilità personali: alcune possono ricercare la sfida, l’esplorazione e il confronto con l’imprevedibilità degli ambienti naturali, mentre altre possono vivere le stesse situazioni come fonte di disagio o difficoltà. Allergie, limitazioni fisiche, condizioni di salute o particolari vulnerabilità possono inoltre influenzare il modo in cui una persona può accedere e vivere determinati ambienti.
Anche la storia personale ha un ruolo fondamentale. Esperienze passate, memorie corporee e vissuti traumatici legati ad aggressioni di animali, eventi metereologici estremi, o altri fenomeni naturali che mettono in pericolo o possono modificare profondamente il senso di sicurezza e il modo in cui si entra in relazione con il mondo naturale.
Un approccio rigoroso alla relazione tra Natura e benessere deve quindi evitare una visione semplicistica: non tutte le esperienze in Natura sono automaticamente benefiche e non esiste un unico modo corretto di vivere il rapporto con gli ambienti naturali. La qualità della relazione nasce dall’incontro tra il mondo vivente e la storia, le caratteristiche e le possibilità della persona. L’obiettivo non è proporre la Natura come una soluzione universale, ma esplorare forme di relazione con il mondo vivente che siano rispettose, accessibili e significative per ciascun individuo.
Cultura, identità e significati diversi della Natura
Ciò che sperimentiamo come “Natura”, e il modo in cui ci relazioniamo ad essa, è anche modellato da cultura, valori, storia e significati collettivi. Lo stesso paesaggio, la stessa specie o lo stesso elemento naturale possono evocare associazioni molto diverse a seconda del contesto culturale in cui una persona è cresciuta — un tema che ho vissuto anche in prima persona, e che racconto nell’articolo “Il mio viaggio verso l’ecopsicologia”.
Lo studioso Stephen Kellert ha proposto una tipologia di dieci diversi orientamenti valoriali nei confronti della Natura: estetico, dominionistico (orientato al controllo), ecologistico-scientifico, umanistico, moralistico, naturalistico, negativistico (orientato all’evitamento o alla paura), simbolico, utilitaristico e spiritualistico. Quest’ultimo orientamento — legato al senso di sacralità, reverenza e connessione spirituale con il mondo naturale — è emerso nelle formulazioni successive al lavoro originario di Kellert, ed è particolarmente rilevante in una prospettiva transculturale: le ricerche cross-culturali condotte da Kellert, incluso il lavoro svolto in Botswana e gli studi di Richard Mordi, hanno infatti mostrato come questi orientamenti valoriali possano variare significativamente da una cultura all’altra. Nessuno di questi orientamenti è necessariamente “giusto” o “sbagliato”: ciascuno riflette un diverso modo, storicamente e culturalmente situato, di entrare in relazione con il mondo naturale.
Questi orientamenti si formano nel tempo, anche attraverso l’apprendimento culturale. Fin dall’infanzia, impariamo quali ambienti, attività ed elementi naturali sono associati a sicurezza, piacere, pericolo, disagio, rispetto, tabù, spiritualità o appartenenza. Ciò che è familiare e che è stato vissuto e modellato positivamente nel proprio contesto di crescita può essere percepito come più accogliente e rigenerante rispetto a ciò che è culturalmente estraneo.
Questi diversi orientamenti possono quindi influenzare il modo in cui un’esperienza nella Natura viene vissuta. Una persona con un orientamento prevalentemente negativistico, ad esempio, potrebbe sentirsi più a suo agio lontano dagli ambienti naturali piuttosto che trovarvi sollievo; un orientamento dominionistico può portare a vivere la Natura soprattutto in termini di controllo e padronanza, più che di relazione. Da questa prospettiva, il semplice aumento dell’esposizione alla Natura non produrrà necessariamente gli stessi effetti psicologici per tutti.
Anche i luoghi portano con sé significati culturali e storici. Uno stesso territorio può evocare appartenenza e radicamento, oppure perdita, conflitto o sradicamento, a seconda delle storie collettive associate ad esso. Il paesaggio che per una persona rappresenta sicurezza e familiarità può avere, per un’altra, significati molto diversi.
Per molte persone, inoltre, alcuni luoghi o elementi della Natura hanno un significato spirituale o sacro. Questi significati possono essere psicologicamente rilevanti e influenzare profondamente l’esperienza di benessere. Riconoscerli significa anche evitare di trattare pratiche, simboli o luoghi sacri come semplici “strumenti” per il benessere, separandoli dal sistema culturale e spirituale a cui appartengono.
I limiti della ricerca
Vale anche la pena considerare alcuni limiti della ricerca sugli effetti della Natura sulla salute mentale. Una parte significativa degli studi proviene da contesti occidentali e non può necessariamente rappresentare la grande varietà di modi in cui le diverse culture si relazionano al mondo naturale.
Anche definire cosa significhi “contatto con la Natura” non è così semplice. Termini come “spazi verdi”, “ambienti naturali” o “tempo trascorso nella Natura” possono riferirsi a esperienze molto diverse: un parco urbano, un giardino, una foresta, una montagna o un paesaggio agricolo sono diversi tra loro e mutano col cambiare delle stagioni. Questa variabilità porta con sé un’attribuzione di significati diversi, rendendo più complesso generalizzare i risultati della ricerca a contesti culturali, geografici e sociali differenti.
Ma il problema non riguarda soltanto ciò che la ricerca studia. Riguarda anche le categorie con cui descriviamo ciò che studiamo.
Anche l’idea di “Natura” è culturale
Non tutte le culture hanno concepito una separazione netta tra esseri umani e mondo naturale e, in alcune lingue, non esiste nemmeno un termine che corrisponda esattamente alla nostra idea occidentale di “Natura”. Questo ci ricorda che ciò che consideriamo “naturale” non è soltanto una realtà biologica, ma anche un concetto che interpretiamo attraverso la cultura, la storia e il modo in cui comprendiamo il nostro posto nel mondo.
Per alcune persone, quindi, entrare in relazione con la Natura può significare incontrare qualcosa di distinto dall’essere umano; per altre può significare entrare maggiormente in relazione con un mondo di cui si sentono già parte. Anche questa differenza può influenzare il modo in cui viviamo e interpretiamo le esperienze nella Natura e i loro possibili effetti sul benessere.
“La Natura fa bene” è quindi un’affermazione che va maneggiata con più nuance. La ricerca supporta l’esistenza di effetti rigeneranti associati al contatto con la Natura, ma questi effetti non sono universali né culturalmente neutri. La cultura è uno dei fattori che contribuiscono a determinare quali pratiche, ambienti ed elementi della Natura viviamo come rigeneranti e associamo al nostro benessere psicologico.
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Il mio approccio
Nel mio lavoro di psicologa e psicoterapeuta, la relazione tra natura e benessere psicologico è un filo che attraversa la pratica clinica, la formazione e la divulgazione, sempre appoggiata a una ricerca scientifica solida e in continua crescita a livello globale.
Nel lavoro clinico più in generale, quando vedo che può beneficiare il benessere delle persone che seguo, integro queste conoscenze nei percorsi di psicoterapia. Può essere un semplice incoraggiamento a passare tempo in natura, nella modalità e nel luogo più consoni a loro. Oppure posso suggerire interventi di ecoterapia, più strutturati, seguendo il framework di Linda Buzzell e altre considerazioni che approfondisco nell’articolo dedicato all’ecoterapia.
L’integrazione della Natura nei percorsi di cura e benessere in Italia è ancora poco strutturata. Per questo mi occupo di contribuire alla conoscenza e alla formazione su questi temi, sia per chi vuole semplicemente approfondirli, sia nello specifico per psicologi e altri operatori della salute mentale. Sul mio sito puoi trovare risorse gratuite, come il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica [→ link quando il download del Glossario sarà attivo]. Inoltre, se ti occupi di salute mentale, puoi trovare formazioni specifiche, anche con accreditamento ECM, sull’integrazione della natura nei percorsi di cura.
Infine, sia per la passione che ho verso questi temi, sia per l’importanza che rivestono in questo momento storico, in cui si rischia di allontanarsi sempre di più dal mondo naturale, per me è importante contribuire alla conoscenza, alla divulgazione e al discorso pubblico sul legame tra natura e salute mentale. Vengo spesso invitata per interviste, podcast, conferenze e incontri pubblici su questi temi: se rappresenti una testata, un evento o un’organizzazione e cerchi una prospettiva psicologica su natura, salute mentale e cambiamento climatico, mandami un messaggio.
Vuoi sapere di più su chi sono e come lavoro?
Conclusione
La ricerca scientifica ci mostra con sempre maggiore chiarezza che il contatto con la Natura può sostenere il benessere umano: riduzione dello stress, recupero attentivo, regolazione emotiva, e persino esperienze di meraviglia capaci di ampliare il nostro senso di connessione con il mondo.
Allo stesso tempo, abbiamo visto cosa accade quando questa relazione si indebolisce. La vita contemporanea allontana sempre più le persone dal contatto diretto con la Natura, e gli stessi ecosistemi da cui dipendiamo attraversano una crisi profonda: quando la Natura soffre — per inquinamento, degrado, eventi climatici estremi — a soffrirne è anche il nostro benessere psicologico, fisico ed esistenziale.
Comprendere pienamente questo rapporto richiede quindi di andare oltre una visione della Natura come semplice strumento per la nostra salute. La prospettiva ecopsicologica, e concetti come quello di Planetary Health, ci ricordano che la salute umana è intrecciata alla salute degli ecosistemi e a un’interconnessione che va oltre l’individuo: non siamo osservatori esterni di un ambiente separato da noi, ma parte di una rete più ampia di relazioni — con noi stessi, con gli altri, con i luoghi e con il mondo più-che-umano.
Questa relazione, però, non è vissuta allo stesso modo da tutti. Storia personale, caratteristiche individuali e identità culturale modellano il modo in cui ciascuno si rapporta al mondo naturale — cosa viene vissuto come rigenerante, familiare, sicuro o carico di significato. Prendersi cura della relazione con la Natura significa quindi anche riconoscere questa pluralità, invece di proporre un’unica ricetta valida per chiunque.
In ultima analisi, la domanda non è soltanto come la Natura possa aiutare gli esseri umani a stare meglio, ma come possiamo costruire modi di vivere — e modi di fare cura — che permettano sia alle persone sia al mondo vivente di fiorire.
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🌱 FAQ: Natura e benessere psicologico — dalla ricerca scientifica all’ecopsicologia
Perché stare nella Natura fa bene alla salute mentale?
La ricerca mostra che il contatto con ambienti naturali può favorire riduzione dello stress, recupero attentivo e regolazione emotiva. Questi effetti non dipendono solo dalle caratteristiche della Natura, ma anche dalla relazione profonda che gli esseri umani hanno sviluppato con il mondo vivente.
Quali sono i benefici psicologici del contatto con la Natura?
Gli ambienti naturali possono sostenere benessere psicologico, concentrazione, equilibrio emotivo e senso di appartenenza. Tuttavia, la Natura non è solo uno spazio da cui ottenere benefici: il modo in cui ci relazioniamo ad essa influenza anche il significato che questa esperienza assume.
Quanto tempo bisogna trascorrere nella Natura per ottenere benefici sul benessere?
Non esiste una durata universale valida per tutti. Anche brevi esperienze in ambienti naturali possono avere effetti positivi, ma la frequenza e la qualità del rapporto con la Natura sembrano essere più importanti della durata di una singola esperienza.
Cos’è la biofilia e perché gli esseri umani hanno bisogno della Natura?
La biofilia è il concetto introdotto da Edward O. Wilson per indicare la predisposizione umana verso il mondo vivente. Secondo questa prospettiva, la nostra storia evolutiva si è sviluppata in relazione agli ecosistemi naturali, influenzando il modo in cui percepiamo e viviamo gli ambienti.
Cos’è l’ecopsicologia e cosa studia?
L’ecopsicologia è un campo interdisciplinare che esplora il rapporto tra salute psicologica e relazione con il mondo naturale. Studia come il senso di connessione, appartenenza e interdipendenza con la Natura influenzi il benessere individuale e collettivo.
Cos’è l’ecoterapia e come può aiutare il benessere psicologico?
L’ecoterapia comprende approcci terapeutici che integrano la relazione con la Natura nei percorsi di cura. Può includere esperienze in ambienti naturali, lavoro corporeo, attività outdoor e riflessioni sul rapporto tra persona, comunità e mondo vivente.
La Natura può aiutare con ansia, stress e burnout?
La ricerca suggerisce che il contatto con ambienti naturali può contribuire alla riduzione dello stress e al recupero psicofisico. Tuttavia, la Natura non sostituisce interventi clinici quando necessari: può essere una risorsa complementare all’interno di un percorso di benessere.
Cosa sono le nature prescriptions (o green prescriptions) e come funzionano?
Le nature prescriptions, o green prescriptions, sono programmi che prescrivono attività a contatto con la Natura come parte di interventi di promozione della salute. Possono includere passeggiate, attività all’aperto, giardinaggio o esperienze in contesti naturali.
La Natura può sostituire una psicoterapia?
No. La Natura può sostenere il benessere psicologico e può essere integrata in alcuni percorsi terapeutici, ma non sostituisce una psicoterapia quando una persona vive una sofferenza psicologica che richiede un intervento clinico.
Perché alcune persone si sentono meglio in Natura e altre no?
La relazione con la Natura è diversa per ogni persona e dipende da storia personale, cultura, caratteristiche individuali, condizioni fisiche, esperienze passate e tipo di ambiente con cui si sta relazionando. Non tutti vivono gli ambienti naturali nello stesso modo: ciò che per qualcuno è rigenerante può essere fonte di disagio per qualcun altro.
📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.
📚 Letture di approfondimento
🇮🇹 In italiano
Danon, M. (2020). Ecopsicologia. Come sviluppare una nuova consapevolezza ecologica. Aboca Edizioni.
🌍 In inglese
Buzzell, L., & Chalquist, C. (Eds.). (2009). Ecotherapy: Healing with nature in mind. Sierra Club Books.
Kaplan, R., & Kaplan, S. (1989). The experience of nature: A psychological perspective. Cambridge University Press.
Kellert, S. R. (1996). The value of life: Biological diversity and human society. Island Press.
Roszak, T. (1992). The voice of the earth: An exploration of ecopsychology. Simon & Schuster.
Ricerche citate
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Tsunetsugu, Y., Park, B. J., & Miyazaki, Y. (2010). Trends in research related to "Shinrin-yoku" (taking in the forest atmosphere or forest bathing) in Japan. Environmental Health and Preventive Medicine, 15(1), 27–37.
Ulrich, R. S. (1984). View through a window may influence recovery from surgery. Science, 224(4647), 420–421.
