L’ecopsicologia è il campo che studia la relazione tra gli esseri umani e il mondo naturale, e il modo in cui la qualità di questa relazione è legata al nostro benessere psicologico. Ma non si limita a chiedere che cosa succede alla nostra mente quando siamo nella Natura. Ci pone una domanda più ampia: che cosa succede alla psicologia quando smettiamo di considerare l’essere umano come separato dal mondo naturale di cui fa parte?
Tradizionalmente, la psicologia si è concentrata soprattutto su ciò che accade all’interno dell’individuo e nelle relazioni tra le persone. L’ecopsicologia aggiunge un’altra dimensione: la relazione tra gli esseri umani e il mondo naturale — dagli altri esseri viventi agli ecosistemi, dai paesaggi alle acque, dal suolo all’aria e all’atmosfera. Si interessa quindi di appartenenza, identità, significato, attaccamento ai luoghi e senso di connessione con un mondo che va oltre l’essere umano.
È un campo interdisciplinare che attinge alla psicologia, all’ecologia, alla filosofia ambientale e al pensiero sistemico. E oggi le sue domande acquistano una particolare rilevanza. La nostra salute mentale non esiste in isolamento dal mondo in cui viviamo: il nostro benessere psicologico ed emotivo è influenzato dagli ambienti che abitiamo, dalle comunità di cui facciamo parte, dalle relazioni che costruiamo e dalle condizioni ecologiche che rendono possibile la nostra vita.
In un momento storico in cui questi sistemi stanno cambiando rapidamente, la psicologia è chiamata a comprendere che cosa questi cambiamenti significhino per la salute mentale. Ma c’è anche una seconda domanda, altrettanto importante: che cosa possiamo comprendere della psicologia quando consideriamo l’essere umano all’interno dei sistemi naturali di cui fa parte?
È qui che l’ecopsicologia assume una dimensione più ampia. Non si tratta semplicemente di aggiungere la Natura come un nuovo argomento di studio — “oltre all’essere umano, studiamo anche l’ambiente”. Si tratta di mettere in discussione la separazione stessa tra individuo e ambiente, e di esplorare che cosa accade alla nostra comprensione della mente quando consideriamo gli esseri umani come parte di sistemi ecologici più grandi.
Da questa prospettiva, l’ecopsicologia non riguarda soltanto il modo in cui la Natura può contribuire al nostro benessere. Si interroga anche sul modo in cui i nostri valori, le nostre identità, le nostre culture e i nostri sistemi sociali influenzano il modo in cui ci relazioniamo con il mondo naturale — e sulle conseguenze psicologiche di questa relazione.
Queste domande hanno una storia precisa e hanno dato origine a prospettive diverse all’interno di un campo ancora in evoluzione. Per chi si occupa di salute mentale, le loro implicazioni sono tutt’altro che teoriche: riguardano il modo in cui comprendiamo il benessere, il disagio psicologico, la relazione con i luoghi in cui viviamo e, sempre più, il ruolo della psicologia di fronte alla crisi ecologica.
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Storia dell’ecopsicologia
Il contesto storico e culturale in cui nasce l’ecopsicologia
L’ecopsicologia nasce in un momento storico preciso. Gli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti sono attraversati dai movimenti per i diritti civili, da una crescente consapevolezza pubblica sui danni causati dall’inquinamento — resa esplicita nel 1962 dalla pubblicazione del bestseller Primavera Silenziosa di Rachel Carson — e dalla nascita, nel 1970, del primo Earth Day, che porta per la prima volta la questione ambientale su scala di massa.
È lo stesso terreno culturale e generazionale da cui emergono anche le controculture di quegli anni: una messa in discussione diffusa di come la società occidentale organizza il potere, le relazioni sociali e il proprio rapporto con il mondo naturale.
Chi ha fondato l’ecopsicologia: Theodore Roszak e le origini del campo
Il termine “ecopsicologia” viene proposto negli anni ’90 dallo psicologo e studioso culturale Theodore Roszak, che partecipa ad un gruppo di studio in un campus Universitario della California del Nord, composto da accademici con background in psicologia, ecologia e scienze ambientali. Insieme, esplorano l’idea che la crisi ecologica non sia soltanto una questione ambientale, ma anche una questione psicologica e culturale — legata al modo in cui gli esseri umani hanno imparato a pensarsi separati dal mondo naturale.
Di cosa si occupa l’ecopsicologia: separazione e relazione con la Natura
Al centro dell’ecopsicologia c’è una domanda psicologica: che cosa succede alla nostra esperienza di noi stessi quando ci pensiamo come parte della Natura, invece che separati da essa? La relazione con il mondo naturale può infatti toccare aspetti fondamentali della vita psichica: il senso di appartenenza, l’identità, il rapporto con i luoghi, il senso di radicamento e, in una dimensione più esistenziale, la percezione del nostro posto nel mondo. Anche esperienze come la meraviglia, il senso di connessione o il dolore per ciò che viene perduto possono essere comprese alla luce di questa relazione.
Per l’ecopsicologia, quindi, la relazione con la Natura non è semplicemente una relazione “in più”. Può contribuire a dare forma al modo in cui comprendiamo noi stessi e il nostro rapporto con qualcosa che ci precede e ci comprende: i luoghi che abitiamo, gli ecosistemi da cui dipendiamo, gli altri esseri viventi e, più ampiamente, il mondo naturale di cui facciamo parte. Da qui deriva anche l’interesse per il senso di appartenenza e per quella che viene definita identità ecologica: il modo in cui la relazione con il mondo naturale entra nella percezione di chi siamo.
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Questa prospettiva porta inevitabilmente a interrogare anche il modo in cui la nostra cultura ha costruito la separazione tra essere umano e Natura. L’ecopsicologia mette in discussione, in particolare, l’antropocentrismo: l’idea, profondamente radicata nella cultura occidentale moderna, che l’essere umano occupi una posizione distinta, privilegiata o superiore rispetto al resto del mondo naturale.
Questa separazione non è soltanto un’idea astratta. Ha contribuito a costruire determinati modi di organizzare la società e di rapportarci agli ambienti da cui dipendiamo, compresi modelli che trattano la Natura prevalentemente come risorsa da sfruttare. L’ecopsicologia si interessa quindi anche alle conseguenze psicologiche e culturali di questi modelli: che cosa succede alla nostra percezione di noi stessi e del nostro posto nel mondo quando viviamo dentro una cultura che ci insegna a considerarci separati dalla Natura?
Questo non significa proporre una visione romantica o idealizzata del rapporto con la Natura, né suggerire che esista un unico modo “corretto” di sentirsi connessi. Significa piuttosto riconoscere che il rapporto tra persona e mondo naturale è anche un prodotto culturale e che, proprio per questo, può essere studiato, interrogato e trasformato.
L’ecopsicologia amplia così il campo di ciò che consideriamo psicologicamente rilevante: non solo ciò che accade dentro di noi e nelle relazioni con gli altri, ma anche il modo in cui ci collochiamo nei luoghi che abitiamo e nel mondo naturale più ampio di cui facciamo parte.
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Sviluppi e applicazioni dell’ecopsicologia
Nei decenni successivi alla sua nascita, l’ecopsicologia si è intrecciata con altri campi e correnti di pensiero, dando origine a sviluppi diversi tra loro. Quelli che seguono sono alcuni esempi che illustrano come il campo dell’ecopsicologia si possa allargare quando entra in dialogo con discipline e prospettive nuove, tenendo i suoi confini permeabili e in continua evoluzione.
Psicologia climatica ed eco-emozioni
Uno degli sviluppi più recenti dell’ecopsicologia è l’incontro con la psicologia climatica, che si concentra più specificamente su come la crisi eco-climatica influenzi il nostro funzionamento psicologico, individuale e collettivo. Questo campo ha contribuito a dare un linguaggio a esperienze come eco-ansia, ecolutto, solastalgia ed eco-speranza, studiando anche i processi psicologici legati all’adattamento e al cambiamento comportamentale.
Questo incontro sta avendo implicazioni anche per la pratica clinica, con approcci come la Climate Aware Therapy, che integrano la consapevolezza della crisi climatica nel lavoro terapeutico — un incontro che approfondisco negli articoli dedicati alle eco-emozioni e alla psicologia climatica.
Connessione e disconnessione dalla Natura
Un altro filone di ricerca, che si sovrappone in parte alla psicologia ambientale, esplora più da vicino cosa succede — a livello psicologico e fisiologico — quando siamo connessi al mondo naturale, e cosa succede quando questa connessione viene a mancare. Alla base di questo interesse c’è anche l’ipotesi della biofilia, proposta dal biologo Edward O. Wilson (1984): l’idea che gli esseri umani abbiano un’affinità innata verso la Natura e le altre forme di vita.
È un tema che riguarda sempre più persone: viviamo in società in cui il contatto quotidiano con la Natura si riduce progressivamente, tra urbanizzazione, ritmi accelerati e tempo trascorso davanti agli schermi. Richard Louv ha coniato il termine Nature Deficit Disorder per descrivere le conseguenze psicologiche e fisiche di questa progressiva distanza dal mondo naturale, soprattutto nei bambini. Capire cosa comporta psicologicamente questa disconnessione, e come contrastarla, è un tema di salute mentale sempre più attuale, non solo ambientale — un legame che approfondisco nell’articolo dedicato a Natura e Salute Mentale.
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Eco-femminismo ed ecopsicologia radicale
Tra gli sviluppi dell’ecopsicologia troviamo anche il dialogo con l’ecofemminismo e con le correnti della radical ecology, che hanno contribuito a mettere in discussione le strutture culturali e sociali alla base del rapporto tra esseri umani e mondo vivente. Queste prospettive invitano a guardare oltre il rapporto individuale con la Natura, interrogandosi su come sistemi di potere, gerarchie e modelli economici basati sul dominio e sull’estrazione abbiano influenzato sia il modo in cui trattiamo l’ambiente sia il modo in cui concepiamo le relazioni umane.
Tra le figure di riferimento dell’ecofemminismo troviamo Carolyn Merchant, che ha messo in discussione l’idea della Natura come qualcosa da dominare e controllare, mostrando come questa visione sia legata a più ampie strutture di potere e disuguaglianza. Nel campo dell’ecopsicologia radicale, Andy Fisher ha criticato invece una psicologia troppo concentrata sull’individuo, sottolineando che la crisi ecologica non può essere affrontata chiedendo alle singole persone di cambiare comportamento senza interrogare anche i sistemi culturali, economici e politici che contribuiscono a crearla.
In questa prospettiva, l’ecopsicologia non si limita a chiedere come la Natura possa contribuire al nostro benessere, ma considera anche il modo in cui le nostre società e i nostri sistemi di valori influenzano la relazione con il mondo vivente.
Ecoterapia: l’ecopsicologia messa in pratica
Da questo insieme di sviluppi nasce anche l’ecoterapia: il momento in cui le domande dell’ecopsicologia escono dai libri e incontrano la vita reale. La relazione con la Natura entra nel lavoro terapeutico, nei percorsi educativi e nella crescita personale — a volte attraverso una passeggiata, un luogo significativo, il contatto con il corpo e i sensi, altre volte semplicemente lasciando che il mondo naturale diventi parte della relazione terapeutica.
È qui che qualcosa di interessante accade: la Natura non è più soltanto ciò di cui stiamo parlando, ma diventa parte dell’esperienza. Le domande sulla connessione, sull’appartenenza, sulle eco-emozioni e sul nostro rapporto con il mondo naturale possono essere esplorate non soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso ciò che sentiamo, osserviamo e sperimentiamo.
Vista attraverso la lente dell’ecopsicologia, l’ecoterapia non significa però “usare” la Natura per stare meglio. Significa entrare in una relazione più attenta con il mondo naturale, riconoscendo che il nostro benessere non esiste in isolamento da quello dei sistemi viventi di cui facciamo parte. È forse questo il passaggio più interessante: la Natura non è semplicemente lo sfondo della terapia. Può diventare parte della relazione attraverso cui ci prendiamo cura di noi e della nostra relazione con la Terra — un tema che approfondisco nell’articolo dedicato all’ecoterapia.
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Lo stato dell’ecopsicologia in Italia
In Italia, l’ecopsicologia resta un campo ancora poco conosciuto e poco strutturato. Non esistono, ad oggi, scuole di specializzazione o percorsi di laurea che la trattino in modo approfondito, né linee guida specifiche da parte degli ordini professionali. Mancano inoltre framework di riferimento condivisi e comunità professionali riconosciute, a differenza di quanto avviene in altri paesi dove il campo ha una storia più consolidata.
A questo si aggiunge un bias diffuso, anche all’interno della professione, rispetto alla “scientificità” di questi temi — spesso percepiti come marginali o poco rigorosi rispetto ad approcci più tradizionali. Il risultato è che, per chi si occupa di ecopsicologia in Italia, gran parte del lavoro consiste ancora nel far conoscere il campo stesso, prima ancora di poterlo applicare in modo diffuso.
📗 Ogni termine del Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica è supportato da letteratura scientifica — un buon punto di partenza per orientarsi in questo campo.
Il mio approccio all’ecopsicologia
Nel mio lavoro intreccio diverse prospettive: psicologia clinica, ecoterapia, psicoterapia transculturale, sociologia, antropologia e approcci che lavorano con il corpo. Mi interessa capire come il nostro benessere psicologico sia influenzato non solo da ciò che accade dentro di noi, ma anche dalle relazioni che abbiamo, dalla cultura in cui viviamo, dalla società e dai luoghi che abitiamo.
Il mio approccio è climate-aware, transculturale e attento alla giustizia sociale: significa considerare anche il contesto più ampio in cui viviamo e le trasformazioni che stanno avvenendo intorno a noi. La crisi climatica, le disuguaglianze, i cambiamenti nei nostri ambienti e il modo in cui diverse culture concepiscono il rapporto con la Natura fanno parte di questo contesto.
Questo intreccio tra cultura ed ecopsicologia mi interessa, in particolare, su più livelli. Innanzitutto perché il significato stesso di “Natura” — e il modo in cui possiamo entrare in relazione con essa — non è universale, ma cambia da cultura a cultura: lavorare con persone che portano background culturali diversi significa non dare per scontato un unico modo di vivere questo rapporto. In secondo luogo, perché anche il modo in cui la Natura può essere integrata in un percorso di cura va adattato: l’ecoterapia, per essere efficace e rispettosa, deve tenere conto delle norme e delle pratiche culturali di chi ho davanti, non applicare uno schema uguale per tutti. Infine, perché la cultura si intreccia con altre dinamiche sistemiche — economiche, sociali, politiche — che possono orientarci verso una maggiore salute planetaria, oppure, al contrario, alimentare pratiche dannose ed estrattive. Tenere insieme questi livelli è, per me, una parte essenziale del lavoro.
In Italia l’ecopsicologia è ancora relativamente poco conosciuta, e una parte importante del mio lavoro consiste proprio nel renderne le idee più accessibili. Lo faccio attraverso la psicoterapia, la formazione e i workshop, e la divulgazione — anche attraverso risorse gratuite come il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica [→ link quando il download del Glossario sarà attivo], pensato per tradurre questi concetti in un linguaggio accessibile — portando queste prospettive in contesti diversi e creando connessioni tra salute mentale, Natura e società. Se il tuo lavoro tocca questi temi e vuoi portare l’ecopsicologia nel tuo ambito, contattami.
📚 Scopri tutte le risorse gratuite a disposizione sul mio sito.
Alla base del mio lavoro c’è una convinzione semplice: il nostro benessere psicologico non nasce mai completamente nel vuoto. Siamo persone immerse in relazioni — con altre persone, con la nostra cultura, con i luoghi in cui viviamo e con il mondo naturale.
L’ecopsicologia ci invita a guardare queste connessioni e a chiederci che cosa può cambiare quando riconosciamo che prenderci cura di noi stessi, delle nostre relazioni e del mondo naturale sono aspetti profondamente intrecciati e inseparabili.
Conclusione: perché la relazione con la Natura riguarda la nostra salute mentale
L’ecopsicologia, in fondo, ci riporta sempre alla stessa domanda: cosa cambia — nel modo in cui pensiamo, sentiamo, ci curiamo di noi stessi e degli altri — quando smettiamo di considerarci separati dal mondo vivente, e iniziamo a pensarci parte di esso?
Non è una domanda che si esaurisce in una definizione. Attraversa la storia del campo, i suoi sviluppi più recenti — dalla psicologia climatica all’ecofemminismo, dallo studio della connessione con la Natura all’ecoterapia — e continua a evolversi, anche qui in Italia, dove resta ancora un territorio in gran parte da costruire.
Se vuoi approfondire un filone specifico, questo sito raccoglie diversi articoli dedicati: la relazione tra Natura e Salute Mentale , la psicologia climatica e le eco-emozioni, l’ecoterapia come pratica clinica, e l’incontro tra ecopsicologia e psicoterapia transculturale .
FAQ: Ecopsicologia
Cos’è l’ecopsicologia?
L’ecopsicologia è il campo che studia la relazione tra esseri umani e mondo vivente, e come questa relazione influenzi la nostra vita psicologica. Nasce dall’incontro tra psicologia, ecologia e pensiero ambientale, mettendo in discussione l’idea che l’essere umano sia separato dalla Natura.
Chi ha fondato l’ecopsicologia?
Il termine è stato proposto negli anni ’90 dallo psicologo e studioso culturale Theodore Roszak, insieme a un gruppo di accademici californiani con background in psicologia, ecologia e scienze ambientali. Il testo di riferimento è The Voice of the Earth (1992).
Qual è la differenza tra ecopsicologia e psicologia ambientale?
La psicologia ambientale studia soprattutto gli effetti pratici degli ambienti — naturali e costruiti — sul nostro benessere. L’ecopsicologia condivide questo interesse, ma lo allarga a una domanda più ampia: cosa significa pensarsi parte del mondo vivente invece che separati da esso.
Qual è la differenza tra ecopsicologia e psicologia climatica?
L’ecopsicologia parte dalla relazione tra esseri umani e mondo naturale in senso ampio. La psicologia climatica si concentra più specificamente sull’impatto psicologico della crisi climatica — sono campi che si sovrappongono molto, ma partono da domande diverse.
L’ecopsicologia è una forma di terapia? Che rapporto ha con l’ecoterapia?
No, l’ecopsicologia è una cornice teorica, non una terapia in sé. L’ecoterapia ne è invece l’applicazione pratica: porta i principi dell’ecopsicologia dentro percorsi terapeutici, educativi e di crescita personale.
L’ecopsicologia è riconosciuta scientificamente?
È un campo interdisciplinare in crescita, con una base di ricerca sempre più solida su temi come la connessione con la Natura e gli effetti degli ambienti naturali sul benessere. In Italia, però, resta ancora poco istituzionalizzato, senza percorsi di laurea o linee guida ufficiali dedicate.
Esistono percorsi di formazione in ecopsicologia in Italia?
Non esistono, ad oggi, scuole di specializzazione o percorsi di laurea dedicati in Italia. Ci sono professionisti come me che per colmare l’assenza di opportunità formative offrono corsi integrativi: se vuoi saperne di più puoi esplorare la sezione formazione e risorse.
Cosa fa un ecopsicologo?
Un ecopsicologo lavora tenendo conto della relazione tra benessere psicologico, ambiente e mondo vivente, nella pratica clinica, nella formazione o nella divulgazione. Il mio lavoro, ad esempio, integra questa prospettiva con la psicoterapia transculturale, la giustizia sociale e un approccio climate-aware.
Cos’è l’ecopsicologia radicale?
È una corrente dell’ecopsicologia, di cui Andy Fisher è tra le voci principali, che mette in discussione l’idea che i problemi ambientali si possano risolvere solo con cambiamenti individuali. Chiede alla psicologia di confrontarsi anche con le dimensioni culturali e politiche della crisi.
Che legame c’è tra ecofemminismo ed ecopsicologia?
L’ecofemminismo, con autrici come Carolyn Merchant, ha analizzato il legame storico tra la visione della Natura come risorsa da controllare e più ampie strutture culturali di dominio. Il dialogo con l’ecopsicologia ha portato queste domande sistemiche dentro la lettura psicologica della crisi ecologica.
📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.
📚 Letture di approfondimento
🇮🇹 In italiano
Danon, M. (2020). Ecopsicologia. Come sviluppare una nuova consapevolezza ecologica. Aboca Edizioni.
Merchant, C. (2022). La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica (L. Sosio, Trad.). Editrice Bibliografica. (Opera originale pubblicata nel 1980)
🌍 In inglese
Fisher, A. (2013). Radical Ecopsychology: Psychology in the Service of Life (2a ed.). State University of New York Press.
Louv, R. (2005). Last Child in the Woods: Saving Our Children from Nature-Deficit Disorder. Algonquin Books.
Roszak, T. (1992). The Voice of the Earth: An Exploration of Ecopsychology. Simon & Schuster.
Roszak, T., Gomes, M. E., & Kanner, A. D. (a cura di). (1995). Ecopsychology: Restoring the Earth, Healing the Mind. Sierra Club Books.
Wilson, E. O. (1984). Biophilia. Harvard University Press.
Questa lista è in continua evoluzione: non vuole essere esaustiva, ma un punto di partenza. Se conosci libri, ricerche o contributi in lingua italiana sull'ecopsicologia che pensi possano essere aggiunti, scrivimi: sarò felice di ampliare questa raccolta.
